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«Proprio come l’uomo primitivo che un giorno si grattò il naso, vide piovere, e sviluppò un modo elaborato di grattarsi il naso per ottenere la pioggia che desiderava, noi oggi colleghiamo la prosperità economica a qualche riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, o il successo di una società alla nomina di un nuovo presidente.»
N.N. Taleb
I TEMI PRINCIPALI
Il conflitto trova un secondo fronte: dal Golfo al Mar Rosso
La settimana è stata dominata dall'escalation tra Stati Uniti e Iran, arrivata all'undicesima notte consecutiva di raid statunitensi dopo la fine del cessate il fuoco, con obiettivi estesi oltre i target militari fino a ponti, utilities e porti. Teheran ha annunciato di non ritenersi più vincolata ai termini dell'accordo precedentemente raggiunto e ha allargato le ritorsioni alla base americana di Muwaffaq Salti in Giordania, oltre che a Kuwait e Bahrain. Una lettura possibile di questa strategia è che l'obiettivo sia alzare il costo del conflitto per Washington fino a rendere negoziabile ciò che Teheran considera il vero oggetto della partita, ossia il controllo dello Stretto di Hormuz.
L'elemento realmente nuovo, però, è geografico prima ancora che militare. Gli Houthi hanno dichiarato il blocco delle spedizioni petrolifere saudite nel Mar Rosso e aperto il fuoco su alcune navi nel passaggio di Bab el-Mandeb. Il varco colpito non è marginale: riguarda la rotta alternativa saudita che passa per l'oleodotto Est-Ovest, la Petroline, verso il porto di Yanbu. Detto altrimenti, viene messa sotto pressione proprio la via di fuga che avrebbe dovuto rendere sopportabile una chiusura di Hormuz. Il rovescio della medaglia, però, è che dopo la rapida archiviazione del Memorandum of Understanding un singolo annuncio non basta più a fugare l'incertezza: la linea statunitense è diventata troppo instabile per funzionare da rassicurazione.
I dazi cambiano veste giuridica e tornano sull'Europa
Sul fronte commerciale si sono sommati due sviluppi. Da venerdì sera gli Stati Uniti hanno imposto dazi compresi tra il 10% e il 12,5% sulle importazioni da circa sessanta economie, al termine di un'indagine ex Section 301 sul mancato contrasto del lavoro forzato nelle catene di fornitura. È la nuova architettura legale delle tariffe dopo la bocciatura della Corte Suprema, che aveva fatto scadere proprio venerdì il dazio temporaneo globale del 10%. Il meccanismo cambia base giuridica, non direzione: un dettaglio che sembra tecnico e forse non lo è del tutto, perché suggerisce che l'ostacolo giudiziario non abbia funzionato da vincolo ma da percorso alternativo.
Il secondo sviluppo è di natura ritorsiva. La Commissione europea ha multato Google per 890 milioni di euro per violazione del Digital Markets Act, contestando la preferenza accordata ai propri servizi nella ricerca e le restrizioni agli sviluppatori sul Play Store. Trump ha risposto annunciando una nuova indagine Section 301 sulle pratiche ai danni delle società americane e prospettando tariffe sostanziali sull'Unione europea in tempi rapidi. Se attuate, rimetterebbero in discussione l'intesa dello scorso anno che fissava un tetto del 15% sulle tariffe americane per la maggior parte dell'import dal blocco. Non è escluso, peraltro, che un'escalation con Bruxelles serva anche a spostare l'attenzione globale dal vicolo cieco in cui l'azione militare statunitense sembra essersi infilata in Iran.
Le trimestrali big tech e il nodo del capex
Alphabet ha aperto la stagione portando la stima di capex 2026 a 195-205 miliardi di dollari, dai 180-190 indicati ad aprile. I numeri operativi erano solidi: ricavi in crescita del 24% anno su anno a 119,8 miliardi, cloud a +82% e 24,8 miliardi sopra le attese, backlog cloud salito a 514 miliardi dai 460 del trimestre precedente. Ma il mercato ha guardato altrove: il free cash flow è andato negativo per 5,9 miliardi, primo dato negativo dalla quotazione del 2004. A complicare la lettura del conto economico, l'utile netto è stato gonfiato da quasi 100 miliardi di plusvalenze su partecipazioni, tra cui SpaceX e Anthropic. Tesla, dal canto suo, ha mancato le stime con margini in calo.
Si è così affermata una dinamica che vale la pena isolare, perché sembra strutturale più che episodica: il contesto viene vissuto come una specie di derby, in cui le megacap spendono e i fornitori di hardware incassano. Lo stesso aumento del capex viene giudicato negativamente per chi lo sostiene e positivamente per chi lo riceve. La settimana entrante la metterà alla prova con Microsoft e Meta mercoledì e Apple e Amazon giovedì, con l'asticella alta e il focus sulle evidenze di ritorno di questi investimenti.
Il finanziamento dell'infrastruttura AI incontra il primo attrito
Il capitolo forse più interessante, e certamente il meno visibile, riguarda il lato del passivo. Si è manifestata una certa debolezza negli spread dei nuovi titoli corporate investment grade, con SpaceX e Oracle in particolare evidenza, in un contesto di domanda costante di finanziamento per l'infrastruttura AI da parte delle big tech. BlackRock ha registrato una domanda più debole del solito per un collocamento obbligazionario legato a un progetto di data center Meta in Texas: la domanda finale si è fermata a 20 miliardi di dollari, circa 1,6 volte l'ammontare dei bond in vendita, un rapporto molto inferiore a quello delle emissioni recenti.
È un segnale di crescente scetticismo verso la spesa in infrastrutture AI, e conviene leggerlo per quello che è: non un giudizio sui mercati azionari, ma una prima resistenza del mercato primario del credito. Che è poi il canale attraverso cui questi piani di investimento diventano concretamente possibili. Un singolo collocamento non fa una tendenza, e sarebbe imprudente costruirci sopra una tesi. Ma è il tipo di segnale che, se dovesse ripetersi, si noterebbe prima nei prospetti che nei prezzi.
Le banche centrali e il quadro macro
La BCE ha lasciato i tassi invariati giovedì, con il tasso sui depositi fermo al 2,25%, ma con un messaggio di prudenza hawkish: Lagarde ha indicato rischi inflativi al rialzo legati all'energia, e la curva monetaria è tornata a incorporare un possibile rialzo già a settembre.
Un ulteriore punto di attenzione riguarda la composizione del direttorio della FED, e qui le opinioni divergono legittimamente. Da un lato, il mandato di Warsh conserva una forte componente politica e il nuovo presidente sembrerebbe voler puntare sulle riforme più che sui rialzi. Dall'altro, diversi membri del board hanno rilasciato dichiarazioni hawkish, e l'esito non è affatto scontato. Lo scenario ritenuto più probabile resta quello di un Warsh che costruisce il consenso per tassi invariati. Fuori dall'area euro, la Bank of Japan si è detta pronta ad alzare più rapidamente per contrastare la debolezza dello yen.
Il quadro macro americano, intanto, non offre molti alibi a un allentamento: sussidi settimanali nettamente sotto le attese e ai minimi (187 mila contro 211 mila stimati), monte percettori in calo, immobiliare in miglioramento con permessi di costruzione a 1,374 milioni e nuove vendite di case a 628 mila, entrambi sopra le stime. Il PMI dei servizi preliminare di luglio è in forte accelerazione a 53,6 contro attese di 51,3, mentre il manifatturiero resta in espansione ma sotto le stime, a 53,8 contro 54,4. In Eurozona i prezzi alla produzione di giugno sono risultati in calo e sotto le attese (-0,3% mensile contro -0,2%), mentre in Giappone l'inflazione si è mantenuta in linea con le stime.
MERCATI


Dati Analysis
Mercati azionari
MSCI World: -0,4% (settimana), +9,2% (anno)
S&P 500: -0,6% (settimana), +9,0% (anno)
Nasdaq 100: -1,6% (settimana), +11,8% (anno)
Eurostoxx 50: +0,9% (settimana), +11,0% (anno)
FTSE Mib: +0,1% (settimana), +18,8% (anno)
Nikkei: +0,7% (settimana), +29,4% (anno)
Hang Seng China: +1,7% (settimana), -5,5% (anno)
MSCI Emerging: +0,5% (settimana), +17,5% (anno)
VIX: 18,6 (- 0,2)
La settimana azionaria è stata divergente. Dopo lo scivolone della settimana precedente, Wall Street ha archiviato un'altra chiusura in calo. Il MSCI World ha limitato la perdita allo 0,4%, restando in progresso del 9,2% da inizio anno. L'Europa ha mostrato la maggiore resilienza, chiudendo in positivo grazie al rimbalzo di venerdì: Eurostoxx 50 a +0,9%, Dax a +1,1%, FTSE Mib sostanzialmente stabile a +0,1% ma sui record, con le banche del continente vicine ai massimi da molti anni nonostante trimestrali deludenti tra semiconduttori, consumi e lusso. In Asia il quadro è stato misto, con Nikkei a +0,7%, Hang Seng China a +1,7% sulle attese di stimoli e Sensex 500 in netta flessione dell'1,8%; gli emergenti, dopo aver guidato per buona parte della settimana, hanno restituito gran parte dei guadagni sul finale chiudendo a +0,5%.
Il dato forse più istruttivo della settimana non è il segno, ma la distribuzione. Il mercato resta stretto, eppure l'indice equipesato ha tenuto molto meglio: la caduta è stata prodotta da pochi nomi. Tesla ha perso il 17,8% dopo trimestrali sotto le stime con margini in calo, Alphabet il 7,8% nonostante ricavi e cloud oltre le attese, Meta il 7,9%, Amazon il 6,1%; Oracle ha ceduto il 9,0% e Palo Alto Networks il 9,7%. In direzione opposta si sono mossi i fornitori di hardware, con Micron a +8,5%, Broadcom a +3,0% e Nvidia a +2,0%, mentre Intel ha chiuso in rosso (-2,9%) malgrado una trimestrale record .
Sul piano settoriale il quadro è coerente: energia in testa con +3,8% sulla spinta del greggio, seguita da utility (+1,6%), industriali e materiali (entrambi +1,5%), mentre servizi di comunicazione (-5,6%) e consumo discrezionale (-5,3%) hanno pagato per intero il conto delle rispettive big. Negli stili il value ha nettamente sopravanzato il growth (+2,0% contro -1,3%), con i difensivi tornati positivi. Tra i tematici hanno guidato le materie prime, dai minatori auriferi (+5,9%) al mining e all'uranio, con la blockchain in rialzo; è rimasto indietro il versante software dell'AI, dalla cybersicurezza (-5,0%) al cloud alla digitalizzazione, insieme al lusso. Il VIX, impennato giovedì, è rientrato in chiusura a 18,6, mentre il CNN Fear & Greed Index resta in area di paura a 39, un livello che contrasta con l'estrema avidità (75) di dodici mesi fa. Come contrappeso vale la pena ricordare che la stagione degli utili resta robusta: la stima corrente sugli utili del secondo trimestre 2026 è salita al 35,8% anno su anno, contro il 22,5% di inizio earnings season.
Mercati obbligazionari
Global Aggregate: -0,51% (settimana), -0,89% (anno)
Rendimento Treasury 10Y: 4,68% (+0,13% settimanale)
Rendimento Bund 10Y: 3,17% (+0,05% settimanale)
Rendimento BTP 10Y: 4,00% (+0,05% settimanale)
Spread BTP-Bund: 0,82% (0,00% settimanale)
Settimana di sell-off obbligazionario diffuso. La fiammata del petrolio ha riacceso i timori d'inflazione e spinto i rendimenti al rialzo su tutte le principali curve, in un movimento poi solo in parte rientrato con l'attenuarsi delle tensioni venerdì. Il Global Aggregate ha ceduto lo 0,51% sulla settimana, portando il saldo da inizio anno a -0,89%; i governativi in dollari hanno perso lo 0,64%, quelli in euro lo 0,25%.
L'aspetto che merita più attenzione è comportamentale prima ancora che quantitativo: a differenza di altre fasi di tensione geopolitica, i governativi non hanno beneficiato degli acquisti rifugio nel clou della crisi. Hanno prevalso la componente inflazione e un'economia solida, e solo venerdì, con il ripiegamento del greggio, è arrivato un parziale recupero dei prezzi. È un'osservazione che vale la pena tenere da parte, perché mette in discussione un automatismo che molti danno per acquisito: che il titolo di Stato protegga sempre nei momenti di stress. Protegge dallo stress recessivo; molto meno da quello inflattivo.
Il decennale americano si è spinto fin verso il 4,70%, sui massimi da circa diciotto mesi, chiudendo a 4,68% con un incremento settimanale di tredici centesimi; più reattivo il tratto breve, con il biennale al 4,33% sui livelli più alti da inizio 2025. In Europa il movimento è stato analogo ma di intensità minore: Bund decennale al 3,17% e BTP al 4,00%, entrambi con cinque centesimi di rialzo, e uno spread BTP-Bund fermo a 82 punti base, invariato sulla settimana. Sul fronte delle attese, la curva monetaria europea è tornata a incorporare un rialzo già a settembre, mentre negli Stati Uniti i futures arrivano a scontare fino a due strette nei prossimi sei-dodici mesi.
Fuori dall'area euro si segnalano i Gilt britannici deboli, con il rendimento sopra il 5% sullo sfondo del nuovo governo e di maggiori spese per la difesa, e il decennale giapponese in rialzo di dodici centesimi al 2,82%.
Materie prime e valute
Petrolio WTI: 89,3 dollari, +8,3% (settimana), +55,5% (anno)
Oro: 4.053 dollari, +0,9% (settimana), -6,2% (anno)
EUR/USD: 1,137 , -0,6% (settimana), -3,2% (anno)
Il petrolio è stato il protagonista assoluto, ma con un percorso a parabola. Sull'onda dell'escalation tra Stati Uniti e Iran e degli attacchi alle petroliere nel Mar Rosso il WTI si è spinto fino a quasi 95 dollari a metà settimana, per poi ripiegare con i primi segnali di distensione e chiudere a 89,3 dollari, con un progresso settimanale dell'8,3%; da inizio anno il guadagno resta del 55,5%. Il traino energetico ha sostenuto l'intero paniere, con l'indice generale delle materie prime a 134,9 in rialzo del 2,7% sulla settimana e del 23,0% nel 2026. Progressi generalizzati anche tra i metalli industriali (+1,4%), mentre nel comparto agricolo (+1,7%) spiccano i rialzi di mais e soia a fronte della debolezza di grano, caffè e cacao.
L'oro ha vissuto una settimana dai due volti: dopo un rapido allungo, ha restituito gran parte del guadagno con il rafforzarsi di dollaro e tassi, chiudendo a 4.053 dollari con un progresso limitato allo 0,9%; bene invece l'argento. Ed è proprio questo +0,9% il dato che merita una riflessione: in una settimana di shock energetico e tensione geopolitica, il metallo giallo non ha svolto in modo evidente la funzione di bene rifugio che gli viene comunemente attribuita
Sul fronte valutario l'euro ha arretrato in area 1,137 contro dollaro, in flessione dello 0,6%, con il biglietto verde in recupero sulla scia del rialzo dei tassi americani; il cambio resta comunque in calo del 3,2% da inizio anno. Lo yen ha aggiornato i minimi pluridecennali contro dollaro, con l'euro a 186,3 in progresso dello 0,3%, mentre la sterlina ha ceduto terreno con EUR-GBP a 0,853. Il comparto cripto è rimasto poco mosso, con Bitcoin sostanzialmente invariato a 64.114 dollari ed Ether in lieve progresso.
PORTAFOGLI MODELLO
Qui di seguito l’andamento dall’inizio del servizio (1 luglio 2019) dei portafogli modello al lordo dei costi di transazione (variabili in base all’intermediario utilizzato e generalmente compresi tra 2,5 e 20 euro per ciascuna operazione), di quelli sostenuti per la consulenza e degli eventuali impatti della fiscalità ed al netto, invece, dei costi dei singoli strumenti utilizzati. I dati si riferiscono al passato ed i risultati passati non costituiscono un indicatore affidabile dei risultati futuri. I portafogli modello costituiscono la base utilizzata nell’attività di consulenza in materia di investimenti. I singoli portafogli dei clienti possono differire dai modelli anche in modo significativo in ragione di diverse cause, valutate per ciascun cliente nell’attività di consulenza, quali contingenze fiscali, pianificazione, gestione del rischio di ingresso o in logica life cycle. All’interno del portafoglio complessivo del cliente possono anche essere presenti più portafogli in considerazione della pianificazione per obiettivi effettuata all’inizio o in corso di consulenza continuativa.


Dati Analysis
La settimana ha messo alla prova un meccanismo che molti danno per acquisito. Lo shock energetico ha spinto al rialzo i rendimenti su tutte le principali curve mentre la correzione sulle big tech comprimeva i listini americani: azionario e obbligazionario globali hanno chiuso entrambi in negativo, con perdite di intensità simile.
Gli assi che hanno lavorato sono stati altri. All'interno dell'azionario la dispersione è stata ampia: energia in netto progresso, value avanti al growth di oltre tre punti, Europa in positivo mentre Wall Street cedeva, indice equipesato molto più resiliente di quello a capitalizzazione. Chi non concentra l'esposizione su un unico stile o un pugno di nomi ha attraversato la settimana in modo sensibilmente diverso. Si è aggiunto il contributo valutario: il rafforzamento del dollaro ha attenuato, per l'investitore in euro, la debolezza degli asset americani.
Sul fronte obbligazionario conta più la causa del segno. Il total return è stato negativo per effetto dei tassi, non degli spread, rimasti stabili e compressi. Per un impianto costruito su emittenti governativi e sovranazionali di alta qualità detenuti fino a scadenza, la distinzione è sostanziale: un movimento di prezzo generato dai tassi il tempo lo riassorbe man mano che il titolo converge al rimborso, uno generato dagli spread segnalerebbe un problema diverso e più serio.
INSIGHT
C'è una frase che ho sentito pronunciare di recente e che continua a tornarmi in mente, non perché la condivida, ma perché ha la qualità rara di suonare assurda e di essere, alla lettera, vera: “siamo in un momento in cui, se vogliamo diversificare, dobbiamo comprare la Cina”. Detta così sembra il tipico slogan che precede una scommessa mal travestita da prudenza, e la diffidenza è sana. Eppure, se si prendono in mano i due indici che compongono la spina dorsale di qualunque portafoglio azionario globale e si guardano i numeri con calma, ci si accorge che la frase non è una provocazione: è una descrizione. E il fatto che sia una descrizione dovrebbe inquietarci più di quanto ci incuriosisca.
I numeri, al 30 giugno, sono questi. L'MSCI World, che raccoglie ventitré mercati sviluppati e milleduecentottantatré società, ha il 72,45% del proprio peso negli Stati Uniti e il 30,27% in un solo settore, la tecnologia. I primi dieci titoli valgono un quarto abbondante dell'indice. Sul fronte opposto, l'MSCI Emerging Markets — ventiquattro paesi, millecentosettantotto titoli, quindi in apparenza il più frammentato dei due — concentra il 51,06% tra Taiwan e Corea del Sud, il 45,26% nella tecnologia, e i suoi primi tre titoli da soli superano il 30% dell'indice. Taiwan Semiconductor, da sola, pesa il 15,08%: una singola società vale più dell'intera esposizione indiana.
Fin qui è la constatazione ormai abituale che gli indici si sono concentrati, e chi legge queste pagine l'ha già incontrata più volte. Il punto che mi interessa è un altro, e nasce dal mettere i due elenchi uno accanto all'altro invece che uno di seguito all'altro. Tra i primi dieci del World compaiono NVIDIA, Broadcom, Micron. Tra i primi dieci dell'Emerging Markets compaiono Taiwan Semiconductor, Samsung, SK Hynix, MediaTek, Hon Hai. Non sono due concentrazioni diverse: sono due segmenti della stessa filiera. Chi affianca un fondo sui mercati emergenti al proprio fondo globale è convinto di aggiungere un'area geografica distante e a bassa correlazione, e sta invece aggiungendo il fornitore del suo maggior titolo in portafoglio. La diversificazione geografica risulta formalmente rispettata e sostanzialmente svuotata. La mappa continua a mostrare due continenti; il territorio, in termini di ciò che davvero muove i prezzi, è uno solo.
È a questo punto che la frase iniziale smette di essere paradossale. Se si sommano le capitalizzazioni dei due indici, l'universo emergente vale poco più del 12% dell'azionario mondiale investibile. La Cina, che di quell'universo rappresenta il 19,03%, finisce per pesare circa il 2,3% di un portafoglio azionario globale costruito a capitalizzazione. Taiwan e Corea insieme ne valgono oltre il 6%: quasi il triplo. La seconda economia del pianeta, qualcosa come un sesto del prodotto lordo mondiale, entra nei nostri portafogli con il peso di un errore di arrotondamento, mentre due isole tecnologiche dell'Asia orientale ne occupano il triplo. In questa configurazione, aggiungere Cina è letteralmente l'unico modo di ridurre l'esposizione al semiconduttore senza uscire dall'azionario emergente. La frase è vera. Il problema è che sia vera.
Sarebbe però intellettualmente disonesto fermarsi qui e presentare quel 2,3% come un errore di prezzo, un'anomalia che il mercato prima o poi correggerà e da cui qualcuno potrebbe trarre vantaggio anticipandola. Il sottopeso cinese non è soltanto un giudizio degli investitori: è in larga misura un artefatto di costruzione. Gli indici pesano il flottante effettivamente acquistabile da un investitore estero, e in Cina la proprietà pubblica assorbe quote enormi del capitale, le azioni domestiche sono incluse solo parzialmente, i vincoli all'ingresso di capitali stranieri sono reali. L'indice non sta dicendo che la Cina conta poco; sta dicendo che poco della Cina è comprabile. È una distinzione che cambia tutto, perché sposta la domanda dal terreno delle occasioni a quello, molto più scomodo, di cosa stiamo effettivamente misurando quando diciamo di essere esposti al mondo.
E c'è un'ultima onestà da esercitare, quella che riguarda i risultati. Negli ultimi dodici mesi l'indice emergente ha reso il 47,34% contro il 24,58% del mondo sviluppato. La concentrazione, finora, non è stata un difetto: è stata la fonte del rendimento. Chi aveva in portafoglio esattamente quei tre o quattro titoli che oggi definiamo un rischio ha ottenuto ciò che ha ottenuto proprio grazie a quel rischio. Trattare la concentrazione unicamente come un pericolo significherebbe raccontare metà della storia a un lettore che l'altra metà l'ha vista sul proprio rendiconto. Il punto non è che la concentrazione faccia male, è che il rendimento e la fragilità sono, in questo caso, la stessa cosa vista da due lati: non si può possedere l'una senza possedere l'altra, e chi promette di separarle sta vendendo qualcosa.
Non ho una conclusione operativa da offrire, e diffiderei di chi ce l'ha. Ho piuttosto la sensazione che uno strumento che usiamo da decenni con fiducia, il peso per capitalizzazione come rappresentazione neutrale del mondo, stia misurando qualcosa di diverso da ciò che crediamo. Continua a essere il punto di partenza meno arbitrario che conosciamo, e non ho niente di meglio da mettere al suo posto. Ma un termometro che dà due gradi alla Cina e sei a Taiwan e Corea non è rotto: sta semplicemente misurando l'accessibilità dei capitali, non la rilevanza delle economie. Il rischio, per noi, non è averlo usato. È aver dimenticato cosa misura.
Avvertenze
Ricordo sempre le principali emozioni a cui dobbiamo stare attenti operando sui mercati (so che sarete stanchi di leggerle o che, più probabilmente non le leggerete più ma, in realtà, sono quel tipo di considerazioni a cui bisogna ricorrere ogni tanto, quando ci si domanda cosa si stia facendo… e, quindi, repetita iuvant):
- l’euforia o, meglio, la percezione che i portafogli possano proseguire indefinitamente in un cammino di regolare crescita: la crescita regolare non esiste e, del resto, viviamo tutti nel mondo e non possiamo non essere consapevoli della quantità di incertezza che si respira quotidianamente, in questo periodo storico forse più che in altri;
- il cd. fear of missing out (FOMO), il timore cioè di rimanere fuori dal trend che, invece, offrirà certamente altre occasioni di acquisto con profilo rischio-rendimento più favorevole;
- il panico: in occasione delle correzioni è anche necessario non lasciarsi prendere dal desiderio di uscire dal mercato o di ridurre significativamente le esposizioni per mettere fieno in cascina. Questo comporta costi fiscali ed enormi difficoltà nell’individuare poi il momento opportuno per rientrare.
Manteniamo sempre il focus determinante sulla pianificazione individuale di ciascuno, che è l’unico aspetto sotto il nostro controllo (oltre naturalmente all’efficienza data dal contenimento dei costi), non essendo i mercati né controllabili né prevedibili, ricordando anche che:
- un investimento nato come a medio-lungo termine con un obiettivo di crescita deve rimanere tale, con la consapevolezza che i risultati hanno bisogno di tempo per maturare e i momenti difficili sono distribuiti anche in modo randomico, potendo capitare all’inizio della propria vita da investitori oppure in una fase più avanzata;
- se l’obiettivo del portafoglio è la crescita nel medio-lungo termine, l’essenziale è l’utilizzo di strumenti efficienti a basso costo con una asset allocation di cui si può sopportare la volatilità;
- obiettivi specifici diversi dalla crescita, come necessità di integrazione di reddito, necessità di un capitale predefinito ad una certa data, protezione dall’inflazione o da agenti esogeni richiedono l’impostazione di strategie specifiche con l’utilizzo di strumenti adatti a tale scopo;
- in fase di accumulo, i momenti “difficili” costituiscono un’opportunità, anche eventualmente per anticipare l’accumulo, intensificandolo per poi alleggerirlo in momenti più favorevoli;
- i momenti favorevoli non ci devono indurre a pensare che non ci saranno più difficoltà: la volatilità, sia delle singole asset class sia dei portafogli va e viene, è piuttosto ciclica anche se non in modo regolare. Occorre mantenere sempre una certa freddezza ed un certo distacco.
Raccomandazioni generali
Le presenti informazioni sono state redatte con la massima perizia possibile in ragione dello stato dell’arte delle conoscenze e delle tecnologie. Il presente documento non è da considerarsi esaustivo ma ha solo scopi informativi. La pubblicazione del presente documento non costituisce attività di sollecitazione del pubblico risparmio. Le informazioni ed ogni altro parere resi nel presente documento sono riferiti alla data di redazione del medesimo e possono essere soggetti a modifiche. Flavio Rinaldi non deve essere ritenuto responsabile per eventuali danni, derivanti anche da imprecisioni e/o errori, che possano derivare all’utente e/o a terzi dall’uso dei dati contenuti nel presente documento. Flavio Rinaldi non assume responsabilità in merito al trattamento fiscale degli strumenti illustrati. I pareri espressi da Flavio Rinaldi prescindono da qualsiasi valutazione del profilo di rischio e/o di adeguatezza e sono da intendersi come “Ricerche in Materia di Investimenti” ai sensi dell’art. 27 del Regolamento congiunto Consob e Banca Italia del 29 ottobre 2007 redatte a titolo esclusivamente informativo e non costituiscono in alcun modo prestazione di un servizio di consulenza in materia di investimenti, il quale richiede obbligatoriamente un’analisi delle esigenze finanziarie e del profilo di rischio specifici del singolo utente/cliente, né costituiscono un servizio di sollecitazione in genere all’investimento in strumenti finanziari. Nel caso in cui l’utente intenda effettuare qualsiasi operazione è opportuno che non basi le sue scelte esclusivamente sulle informazioni indicate nel presente documento, ma dovrà considerare la rilevanza delle informazioni ai fini delle proprie decisioni, alla luce dei propri obiettivi di investimento, della propria esperienza, delle proprie risorse finanziarie e operative e di qualsiasi altra circostanza.