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«Proprio come l’uomo primitivo che un giorno si grattò il naso, vide piovere, e sviluppò un modo elaborato di grattarsi il naso per ottenere la pioggia che desiderava, noi oggi colleghiamo la prosperità economica a qualche riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, o il successo di una società alla nomina di un nuovo presidente.»
N.N. Taleb
I TEMI PRINCIPALI
Quando a muoversi sono i tassi reali, la storia è diversa
Il tema che ha dominato la settimana è il nuovo scatto dei rendimenti governativi. Il decennale statunitense ha superato quota 4,80%, toccando area 4,81%, ma sarebbe fuorviante leggerlo come un fatto americano: il decennale giapponese ha toccato il 3% per la prima volta dal 1996 e il trentennale britannico ha raggiunto i massimi dal 1998. Quando tre mercati obbligazionari molto diversi si muovono insieme, di solito la causa non è locale.
C'è una distinzione che vale la pena tenere a mente, perché cambia il significato dell'episodio: a muoversi non sono state le aspettative di inflazione, ma i tassi reali. Il rendimento reale del Treasury a trent'anni si è portato in area 3%. Detto altrimenti, non siamo davanti a una crisi di credibilità sui prezzi, ma a investitori che chiedono una remunerazione reale più alta per finanziare i debiti pubblici. I fattori sono quattro: una politica monetaria restrittiva attesa più a lungo, un term premium più elevato alla luce del deterioramento dei bilanci pubblici, un'offerta crescente di obbligazioni societarie anche sulle scadenze lunghe, e la diminuzione della domanda di titoli di Stato come bene rifugio dopo la rottura della correlazione negativa con gli attivi rischiosi.
Sono problemi strutturali, e sarebbe ingenuo aspettarsi che si risolvano in fretta. Però c'è anche un'altra faccia della stessa medaglia, che il pessimismo diffuso tende a coprire: dopo anni, i titoli di Stato tornano a offrire una remunerazione adeguata. Il consenso negativo che si è polarizzato attorno a essi in queste settimane è, storicamente, il tipo di condizione da cui nascono prospettive migliori.
Iran, energia e il canale che conta davvero
Gli Stati Uniti hanno ripreso le operazioni contro l'Iran senza però cercare l'escalation. Teheran ha risposto con missili e droni su basi americane in Giordania e su una struttura militare in Bahrain, senza che siano stati riportati danni ingenti. Trump ha ridimensionato la portata del conflitto definendolo "a relatively little war for us", ha respinto la prospettiva di forzare l'Iran al tavolo negoziale e ha affermato che i nuovi attacchi non dovrebbero durare a lungo. Lo snodo di Hormuz è rimasto di fatto bloccato, con il premio geopolitico di nuovo in salita.
Vale la pena essere espliciti su un punto: per un portafoglio, il canale di trasmissione non è la geopolitica in sé, ma l'energia. E qui si aggiunge un elemento europeo che ha poco a che fare con il Golfo: l'estate si chiude con scorte di gas insufficienti e il future europeo ai massimi da inizio 2023. È l'incrocio tra questi due fatti, più che le notizie dal fronte, a spiegare perché il tema militare si salda a quello monetario.
Il dato sul lavoro riapre una partita che sembrava chiusa
Il rapporto sull'occupazione USA di agosto, atteso debole, è uscito nettamente sopra le stime: 162 mila nuove buste paga contro 55 mila attese, con luglio rivisto a +21 mila da una stima iniziale di -23 mila, e disoccupazione stabile al 4,1% pur a fronte di un aumento della forza lavoro. La crescita salariale resta moderata (3,1% annuo), mentre il dato ADP è uscito più debole del previsto, a 38 mila contro 47 mila attesi.
La settimana è stata di montagne russe per le attese. Dopo il discorso restrittivo del presidente, due influenti governatori hanno invitato a "dare una possibilità alla disinflazione", facendo scendere verso la metà le probabilità di un rialzo a settembre; il dato sul lavoro le ha riportate in area 62%. Un mercato del lavoro forte, però, non implica automaticamente una stretta: lo stesso Warsh ha negato in passato l'esistenza di un trade-off stretto tra occupazione robusta e necessità di alzare i tassi, e Waller si è detto disposto a sostenere tassi fermi se il CPI mostrerà progressi continui verso il 2%.
C'è qui una piccola ironia che dice molto su quanto sia difficile prevedere anche il comportamento di chi decide: un comitato che secondo il nuovo presidente doveva diventare meno data-dependent si trova a decidere sul filo del rasoio in base a un singolo dato, il CPI di venerdì della prossima settimana.
La BCE, dove il quadro è più leggibile
In area euro le cose sono più lineari, almeno per ora. L'inflazione preliminare di agosto è risalita al 3,3% annuo dal 2,9%, ma per effetto dell'energia: la componente di fondo è addirittura scesa, e il contagio del caro-energia al resto dei prezzi non si è visto. Si aggiunge un'economia più solida delle attese, con la manifattura in accelerazione ai ritmi più alti da anni seppur con forti divergenze tra paesi e con le difficili sessioni di bilancio sullo sfondo. Il mercato assegna ormai una probabilità del 99,5% a un rialzo a settembre, letto come mossa assicurativa più che come inversione di rotta. Quando un evento è prezzato quasi per intero, l'informazione interessante non è più se accadrà, ma cosa succederà se non accadesse.
Il Giappone, lo yen e una regia dichiarata
Lo yen ha ripreso ad apprezzarsi, ma non per un intervento delle banche centrali: a muoverlo è stato l'aumento delle aspettative di restrizione della Bank of Japan, con Takata che ha lasciato aperta la porta a rialzi superiori ai 25 punti base e Ueda che ha promesso maggiore attenzione ai rischi al rialzo dell'inflazione. Si scontano ora circa due rialzi entro fine anno. Se confermato, sarebbe un cambiamento di atteggiamento rilevante per una banca centrale che ha sempre cercato di evitare i rialzi, anche con inflazione sopra il target per periodi molto prolungati.
L'aspetto più interessante è però un altro: il Segretario al Tesoro Bessent ha assunto una sorta di regia dell'operazione, sia con gli interventi coordinati di fine luglio sia con una richiesta insolitamente esplicita a Ueda di una restrizione più incisiva. La logica è leggibile: uno yen più forte ottenuto per via monetaria, e non con interventi valutari di grandi dimensioni, riduce il rischio di liquidazioni disordinate di carry trade e quindi di vendite di Treasury.
Utili robusti, e il conto che qualcuno dovrà pagare
La stagione degli utili si è chiusa con una crescita aggregata robusta e molte società oltre le stime: il secondo trimestre 2026 segna +50,9% anno su anno contro il 22,5% stimato a inizio earnings season, e gli analisti hanno alzato le previsioni per il trimestre in corso. La spesa per l'intelligenza artificiale resta fortissima.
Tre elementi, però, invitano a non fermarsi al titolo. Il primo è che il mercato ha punito diversi conti pur solidi e guarda ora al rincaro delle memorie come nuovo freno ai margini: quando le aspettative si alzano, anche i buoni risultati possono deludere. Il secondo riguarda il lato del finanziamento: i volumi crescenti di debito legati ai data center sono ormai sotto la lente degli investitori per i ritorni attesi, anche se per ora senza segnali di stress sul mercato del credito.
Il terzo è tecnico ma tutt'altro che secondario, e riguarda il mark to market. Chi detiene quote in società (anche non quotate, come ad esempio Anthropic oppure OpenAI) è tenuto a rivalutarle al fair value ogni volta che un nuovo round di finanziamento fornisce un prezzo osservabile. È un obbligo contabile, non un artificio: il mark to market esiste proprio per evitare che i bilanci restino ancorati a valori storici privi di significato. L'effetto collaterale, però, è che in una fase di round frequenti e valutazioni in rapida crescita una parte degli utili dichiarati da quelle società è plusvalenza da rivalutazione, non cassa incassata. La domanda utile non è se il meccanismo sia legittimo ma, per le società esposte, quanta parte della crescita degli utili sia operativa e quanta contabile. Vale anche al contrario: lo stesso meccanismo che gonfia gli utili quando le valutazioni salgono li comprime quando scendono.
MERCATI


Dati Analysis
Mercati azionari
MSCI World: +0,1% (settimana), +13,9% (anno)
S&P 500: +0,1% (settimana), +13,6% (anno)
Nasdaq 100: +0,4% (settimana), +17,5% (anno)
Eurostoxx 50: -1,4% (settimana), +13,0% (anno)
FTSE Mib: -1,0% (settimana), +19,5% (anno)
Nikkei: -2,1% (settimana), +30,3% (anno)
Hang Seng China: +0,8% (settimana), -2,0% (anno)
MSCI Emerging: +0,3% (settimana), +24,9% (anno)
VIX: 14,5 (+ 0,1)
A guardare solo il numero finale, la settimana è stata piatta: l'MSCI World chiude a +0,1% (+13,9% da inizio anno) e la versione ex USA a -0,1%. Il percorso, però, racconta qualcosa di più. L'avvio di settembre è stato in rosso, schiacciato da rendimenti e petrolio; il recupero di metà settimana è arrivato con le parole più concilianti dei due governatori della Fed; venerdì il dato sul lavoro ha limato i guadagni.
Il fatto interessante sta sotto la superficie. La rotazione ha premiato una direzione precisa: energia in testa sulla scia del greggio (+2,2%), poi finanziari e tecnologia (entrambi +0,8%), mentre in coda si collocano consumi discrezionali (-1,8%), materiali e industriali (entrambi -1,3%). Sul fronte degli stili il value ha nettamente battuto il growth, +2,1% contro -0,3%, con il quality a -0,7%. È stata una settimana meno dominata dai soliti pochi nomi: tra le grandi della tecnologia il quadro è stato diviso, con Micron (+9,0%), Intel (+7,1%), Meta (+6,7%) e NVIDIA (+5,9%) in forte progresso e Microsoft, Broadcom e Amazon in calo attorno al 3%. Chi giudica un indice solo dal suo saldo settimanale rischia di non vedere che al suo interno si è mosso parecchio.
Sul fronte geografico gli Stati Uniti restano positivi di stretta misura, mentre l'Europa è più pesante, probabilmente a causa della risalita dei rendimenti, appesantita dalla debolezza del lusso e dalle vendite sui comparti legati al costo del denaro. In Asia il Giappone arretra del 2,1% con i rendimenti locali ai massimi da decenni, mentre la Cina si dimostra più resiliente (+0,8%), rimasta ai margini della corsa dei rendimenti globali. Tra i tematici spiccano blockchain (+5,2%) e semiconduttori (+2,6%), mentre difesa (-4,9%), sicurezza informatica (-4,1%) e lusso (-3,4%) chiudono la classifica. Un ultimo dettaglio che invita alla cautela nelle letture rapide: il Vix resta basso a 14,5, ma il CNN Fear & Greed è sceso a 42, in area di timore, contro 52 di una settimana fa.
Mercati obbligazionari
Global Aggregate: -0,14% (settimana), -0,93% (anno)
Rendimento Treasury 10Y: 4,78% (+0,06% settimanale)
Rendimento Bund 10Y: 3,34% (+0,06% settimanale)
Rendimento BTP 10Y: 4,15% (+0,05% settimanale)
Spread BTP-Bund: 0,81% (-0,01% settimanale)
Settimana di forte tensione sul reddito fisso, poi solo in parte rientrata, con tutti i principali indici in territorio negativo.
Il movimento è stato guidato dalla parte lunga delle curve, cioè dal premio a termine: questo, più del livello assoluto dei rendimenti, è l'elemento da osservare. Il decennale americano, dopo aver toccato 4,81%, ha ripiegato con la svolta della Fed per poi risalire sul dato del lavoro, chiudendo in area 4,78% (+6 punti base sulla settimana); il trentennale resta sopra il 5,20%, mentre il biennale, più legato alle mosse della banca centrale, è risalito verso il 4,37% con un movimento di appena 2 punti base. La curva americana ne esce più ripida. In area euro il quadro replica quello globale: Bund decennale al 3,34% (+6 pb), BTP al 4,15% (+5 pb), con lo spread stabile a 81 punti base e in leggera contrazione. Il decennale giapponese chiude a 2,92% dopo aver toccato il 3%.
Sul credito, invece, prevale la calma, in netto contrasto con la tempesta sui governativi. Gli spread si sono allargati solo marginalmente su entrambe le sponde dell'Atlantico restando su livelli storicamente contenuti, e le emissioni sono proseguite a ritmo sostenuto. È una dissociazione che vale la pena tenere sotto osservazione senza trarne conclusioni affrettate: oggi il rischio viene prezzato più sui bilanci pubblici che su quelli aziendali.
Materie prime e valute
Petrolio WTI: 91,5 dollari, +9,7% (settimana), +59,3% (anno)
Oro: 4.430 dollari, -0,6% (settimana), +2,6% (anno)
EUR/USD: 1,161 , +0,3% (settimana), -1,1% (anno)
Il protagonista della settimana è il petrolio. Il WTI segna +9,7% chiudendo in area 91,5 dollari, ai massimi da oltre un mese, dopo aver toccato quota 92 sulla scia della nuova escalation attorno allo Stretto di Hormuz; da inizio anno il rialzo sfiora il 60%. Il paniere generale archivia una settimana in progresso (+1,9%, +30,2% nel 2026) trainata proprio dall'energia, mentre i metalli industriali restano poco mossi (+0,7%) con il rame stabile sui valori elevati e le agricole cedono l'1,7%, con vendite su cereali e cacao in controtendenza rispetto alla forza di zucchero e soia.
L'oro chiude in lieve calo, -0,6% a 4.430 dollari, dopo un percorso a V: il deciso rimbalzo di metà settimana è stato in gran parte restituito venerdì, quando il dato sul lavoro ha ridato forza a dollaro e rendimenti. Resta comunque su livelli storicamente elevati.
Sul valutario la settimana è dello yen, che si rafforza di oltre due punti sul dollaro riportandosi in area 156 e guadagnando il 2,2% contro euro. L'euro-dollaro resta invece poco mosso a 1,161 (+0,3%), in una settimana in cui il biglietto verde ha prima ceduto terreno con la svolta più conciliante della Fed e poi recuperato sul dato del lavoro; da inizio anno l'euro resta in calo dell'1,1% sul dollaro. Il bitcoin chiude a 79.738 dollari con un progresso del 3%, ma volatile: tornato sopra gli 80 mila a metà settimana, ha ripiegato verso quella soglia venerdì con il recupero del dollaro. Da inizio anno resta in perdita del 9,2%.
PORTAFOGLI MODELLO
Qui di seguito l’andamento dall’inizio del servizio (1 luglio 2019) dei portafogli modello al lordo dei costi di transazione (variabili in base all’intermediario utilizzato e generalmente compresi tra 2,5 e 20 euro per ciascuna operazione), di quelli sostenuti per la consulenza e degli eventuali impatti della fiscalità ed al netto, invece, dei costi dei singoli strumenti utilizzati. I dati si riferiscono al passato ed i risultati passati non costituiscono un indicatore affidabile dei risultati futuri. I portafogli modello costituiscono la base utilizzata nell’attività di consulenza in materia di investimenti. I singoli portafogli dei clienti possono differire dai modelli anche in modo significativo in ragione di diverse cause, valutate per ciascun cliente nell’attività di consulenza, quali contingenze fiscali, pianificazione, gestione del rischio di ingresso o in logica life cycle. All’interno del portafoglio complessivo del cliente possono anche essere presenti più portafogli in considerazione della pianificazione per obiettivi effettuata all’inizio o in corso di consulenza continuativa.


Dati Analysis
La settimana ha avuto una caratteristica che dice più del suo risultato: quasi nessun mattone ha funzionato da contrappeso. L'azionario globale ha chiuso sostanzialmente fermo, con l'Europa e il Giappone in arretramento e gli Stati Uniti appena sopra la parità; la componente obbligazionaria ha ceduto terreno su entrambe le sponde dell'Atlantico; anche l'oro ha chiuso in leggero calo. Quando le componenti si muovono tutte entro pochi decimi e per giunta quasi tutte nella stessa direzione, il risultato delle linee non può che essere modesto.
La spiegazione sta probabilmente nella natura del rialzo dei rendimenti: un aumento dei tassi reali guidato dalla parte lunga delle curve. Un movimento così penalizza insieme le obbligazioni, che perdono prezzo, e l'oro, meno attraente quando i rendimenti reali salgono. Il dato forte sul lavoro di venerdì, ridando fiato a rendimenti e dollaro, ha accentuato entrambe le cose. L'azionario ha retto grazie a una rotazione interna, con energia e finanziari a compensare i comparti più sensibili al costo del denaro.
INSIGHT
Molti risparmiatori danno per scontato che un ETF obbligazionario e un'obbligazione siano in fondo la stessa cosa: stessa classe di rischio, stessa sensibilità ai tassi, con la comodità di non dover scegliere emittente e scadenza. È un'idea intuitiva, ma trascura una differenza strutturale che discende da un solo meccanismo. Un'obbligazione è un contratto con una data terminale: a quella data, salvo default dell'emittente, il prezzo è cento. Non è una previsione, è una clausola. Un esempio. Immaginiamo un decennale con cedola del 4%, acquistato a cento. Se i tassi salgono di un punto, il prezzo scende intorno a novantadue e l'estratto conto mostra un meno otto per cento. Chi vende in quel momento perde davvero; chi resta continua a incassare quattro ogni anno e a scadenza riceve cento, e quel meno otto non è denaro perduto ma l'anticipazione di un guadagno già scritto nel contratto. Nel frattempo, accade una seconda cosa, meno visibile: avvicinandosi la scadenza il prezzo è tirato verso la pari e la duration si accorcia. Lo stesso titolo, otto anni dopo, è un biennale, e di fronte a un nuovo rialzo dei tassi si muoverà di pochissimo. Un ETF obbligazionario tradizionale, a scadenza aperta, funziona diversamente: per mantenere costante il profilo dell'indice vende i titoli prima della scadenza e ne acquista di nuovi, così la duration non si accorcia mai, viene ricostituita. Non converge alla pari, perché non ha una data verso cui convergere. Questo non significa che il fondo non recuperi: recupera reinvestendo a rendimenti più alti, e nel tempo il maggior flusso cedolare compensa il calo dei prezzi. Ma è un meccanismo statistico, non contrattuale, senza un giorno segnato sul calendario. Da qui discende un punto che merita chiarezza: su un orizzonte pari alla duration, una scala di obbligazioni e un fondo a duration costante tendono ad arrivare più o meno nello stesso posto, e il titolo singolo non promette un rendimento superiore. Quello che offre è un'altra cosa: una dispersione dei risultati quasi nulla, contro una dispersione positiva e crescente con l'orizzonte. Non si compra più rendimento, si compra meno incertezza. Vale la pena precisare una formula che si sente spesso, cioè che portando il titolo a scadenza si sappia esattamente quanto si guadagnerà. Su un titolo cedolare il rendimento a scadenza si realizza per intero solo reinvestendo le cedole allo stesso tasso, e su cedole generose e orizzonti lunghi la differenza si vede. La versione esatta è più sobria, e più utile: si sa quali flussi nominali si riceveranno, e in quali date. Non è il rendimento la cosa certa, è il calendario. Esiste però una famiglia di titoli per cui l'affermazione torna a essere letteralmente vera: le obbligazioni a tasso fisso con cedola pari a zero. Non avendo cedole, non c'è nulla da reinvestire, e il flusso di cassa è uno solo, il rimborso alla pari. Chi acquista oggi a settantacinque un titolo che fra dieci anni rimborserà cento conosce il proprio rendimento composto già al momento dell'acquisto: non è una stima, è aritmetica su due numeri noti. Vanno distinte dagli zero coupon in senso stretto, come BOT e CTZ, che hanno una struttura di flussi analoga ma un trattamento fiscale differente. Va aggiunto che, a parità di scadenza, l'assenza di cedola allunga la duration: lungo il percorso il prezzo oscilla di più, anche se il punto di arrivo resta fissato. Ed è il calendario a rendere possibile la pianificazione, perché consente di accostare un titolo a un obiettivo datato, la retta universitaria del 2032 o la prima gamba di un piano di decumulo. Un fondo aperto può solo avvicinarsi. Un punto va tenuto presente: la certezza che si acquista è nominale. Se l'inflazione sorprende al rialzo, si riceverà esattamente ciò che era stato promesso, e varrà meno. Il tasso fisso e la protezione del potere d'acquisto sono due mestieri distinti: il primo fissa un importo a una data, la parte indicizzata e gli attivi reali difendono il valore reale. Comprando un tasso oggi si sta implicitamente scommettendo che quel tasso resti sopra l'inflazione dei prossimi anni, e nessuno può garantirlo. C'è però una simmetria utile: se l'inflazione sorprende al rialzo, spingerà i rendimenti verso l'alto e i prezzi verso il basso, ed è proprio in quel momento che si può comprare un nuovo tasso, migliore del precedente, permettendo di muoversi lungo la curva nelle scadenze individuate. Il contesto di questi mesi aiuta a vedere la differenza all'opera. Con l'inflazione risalita e i rendimenti nominali tornati sui livelli attuali, il rendimento reale atteso su orizzonti pluriennali è di nuovo positivo, seppure non troppo generoso: resta un'aspettativa, non una garanzia, ed è il rischio che ci si assume. Questi livelli non sono però un segnale di acquisto, perché nessuno sa dove sarà il decennale fra sei mesi. Ciò che è cambiato non è la previsione, ma l'insieme delle opportunità disponibili: un tasso privo di rischio più alto permette di raggiungere lo stesso obiettivo di portafoglio assumendo meno rischio azionario. È una valutazione di politica di investimento, non di grafico. Una scala di obbligazioni è del resto agnostica ai tassi per costruzione, perché i gradini si acquistano a intervalli regolari indipendentemente dal livello: è questa disciplina a dispensare dal dover indovinare. Restano dei limiti. Diversificare in titoli singoli richiede dimensione, perché tre o quattro emissioni corporate non fanno un portafoglio obbligazionario. Tutto il ragionamento sulla convergenza regge a una condizione: che quel denaro non serva prima della scadenza. Le obbligazioni singole vanno comprate con risparmio che ha già una data. Esistono infine ETF a scadenza definita, che replicano la convergenza dentro un involucro diversificato. La distinzione di fondo è semplice. Un ETF obbligazionario a scadenza aperta offre un'esposizione, una posizione permanente su una classe di rischio, senza inizio e senza fine. Un'obbligazione singola offre una scadenza, un punto nel tempo in cui il contratto si chiude a un valore noto. Rispondono a due domande diverse: quanto rischio tasso si vuole in portafoglio, la prima; di quanto denaro si avrà bisogno e quando, la seconda. Non si compra un rendimento: si compra una data e un importo. E quando l'importo è uno solo, si compra anche il rendimento.
Avvertenze
Ricordo sempre le principali emozioni a cui dobbiamo stare attenti operando sui mercati (so che sarete stanchi di leggerle o che, più probabilmente non le leggerete più ma, in realtà, sono quel tipo di considerazioni a cui bisogna ricorrere ogni tanto, quando ci si domanda cosa si stia facendo… e, quindi, repetita iuvant):
- l’euforia o, meglio, la percezione che i portafogli possano proseguire indefinitamente in un cammino di regolare crescita: la crescita regolare non esiste e, del resto, viviamo tutti nel mondo e non possiamo non essere consapevoli della quantità di incertezza che si respira quotidianamente, in questo periodo storico forse più che in altri;
- il cd. fear of missing out (FOMO), il timore cioè di rimanere fuori dal trend che, invece, offrirà certamente altre occasioni di acquisto con profilo rischio-rendimento più favorevole;
- il panico: in occasione delle correzioni è anche necessario non lasciarsi prendere dal desiderio di uscire dal mercato o di ridurre significativamente le esposizioni per mettere fieno in cascina. Questo comporta costi fiscali ed enormi difficoltà nell’individuare poi il momento opportuno per rientrare.
Manteniamo sempre il focus determinante sulla pianificazione individuale di ciascuno, che è l’unico aspetto sotto il nostro controllo (oltre naturalmente all’efficienza data dal contenimento dei costi), non essendo i mercati né controllabili né prevedibili, ricordando anche che:
- un investimento nato come a medio-lungo termine con un obiettivo di crescita deve rimanere tale, con la consapevolezza che i risultati hanno bisogno di tempo per maturare e i momenti difficili sono distribuiti anche in modo randomico, potendo capitare all’inizio della propria vita da investitori oppure in una fase più avanzata;
- se l’obiettivo del portafoglio è la crescita nel medio-lungo termine, l’essenziale è l’utilizzo di strumenti efficienti a basso costo con una asset allocation di cui si può sopportare la volatilità;
- obiettivi specifici diversi dalla crescita, come necessità di integrazione di reddito, necessità di un capitale predefinito ad una certa data, protezione dall’inflazione o da agenti esogeni richiedono l’impostazione di strategie specifiche con l’utilizzo di strumenti adatti a tale scopo;
- in fase di accumulo, i momenti “difficili” costituiscono un’opportunità, anche eventualmente per anticipare l’accumulo, intensificandolo per poi alleggerirlo in momenti più favorevoli;
- i momenti favorevoli non ci devono indurre a pensare che non ci saranno più difficoltà: la volatilità, sia delle singole asset class sia dei portafogli va e viene, è piuttosto ciclica anche se non in modo regolare. Occorre mantenere sempre una certa freddezza ed un certo distacco.
Raccomandazioni generali
Le presenti informazioni sono state redatte con la massima perizia possibile in ragione dello stato dell’arte delle conoscenze e delle tecnologie. Il presente documento non è da considerarsi esaustivo ma ha solo scopi informativi. La pubblicazione del presente documento non costituisce attività di sollecitazione del pubblico risparmio. Le informazioni ed ogni altro parere resi nel presente documento sono riferiti alla data di redazione del medesimo e possono essere soggetti a modifiche. Flavio Rinaldi non deve essere ritenuto responsabile per eventuali danni, derivanti anche da imprecisioni e/o errori, che possano derivare all’utente e/o a terzi dall’uso dei dati contenuti nel presente documento. Flavio Rinaldi non assume responsabilità in merito al trattamento fiscale degli strumenti illustrati. I pareri espressi da Flavio Rinaldi prescindono da qualsiasi valutazione del profilo di rischio e/o di adeguatezza e sono da intendersi come “Ricerche in Materia di Investimenti” ai sensi dell’art. 27 del Regolamento congiunto Consob e Banca Italia del 29 ottobre 2007 redatte a titolo esclusivamente informativo e non costituiscono in alcun modo prestazione di un servizio di consulenza in materia di investimenti, il quale richiede obbligatoriamente un’analisi delle esigenze finanziarie e del profilo di rischio specifici del singolo utente/cliente, né costituiscono un servizio di sollecitazione in genere all’investimento in strumenti finanziari. Nel caso in cui l’utente intenda effettuare qualsiasi operazione è opportuno che non basi le sue scelte esclusivamente sulle informazioni indicate nel presente documento, ma dovrà considerare la rilevanza delle informazioni ai fini delle proprie decisioni, alla luce dei propri obiettivi di investimento, della propria esperienza, delle proprie risorse finanziarie e operative e di qualsiasi altra circostanza.