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«Proprio come l’uomo primitivo che un giorno si grattò il naso, vide piovere, e sviluppò un modo elaborato di grattarsi il naso per ottenere la pioggia che desiderava, noi oggi colleghiamo la prosperità economica a qualche riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, o il successo di una società alla nomina di un nuovo presidente.»
N.N. Taleb
I TEMI PRINCIPALI
Warsh alla prova di Jackson Hole
Venerdì Kevin Warsh ha aperto il simposio della Kansas City Fed con il primo intervento di rilievo da quando guida la banca centrale, e il mercato lo ha letto in chiave decisamente restrittiva. Lo standard che il presidente ha fissato è che l'inflazione di fondo converga verso il 2% in modo chiaro e a una velocità sufficiente, altrimenti la banca centrale ha ancora lavoro da fare. La reazione è arrivata subito: rendimenti a breve in salita, curva più piatta, dollaro più forte, oro in arretramento.
Qui però vale la pena fermarsi un momento, perché tono e sostanza non sempre coincidono. Warsh non si è impegnato su alcuna decisione, ma su una disciplina. Rileggendo il discorso non si trova alcuna indicazione operativa sulle prossime mosse, e non è nemmeno chiaro cosa significhi tornare al 2% con "velocità sufficiente" dopo sessantacinque mesi di inflazione sopra l'obiettivo. Una lettura possibile, che ci sentiamo di proporre senza pretendere che sia l'unica, è che il presidente abbia ottenuto quello che cercava: correggere la percezione eccessivamente accomodante dei suoi interventi precedenti.
Il mercato, però, il segnale l'ha preso sul serio: la probabilità di un rialzo a settembre è salita al 58,3%, da poco più di un terzo alla vigilia. E c'è un elemento di contesto che aiuta a non liquidare la cosa come rumore: già in luglio tre membri del comitato avevano votato per un aumento immediato, il fronte di dissensi più ampio da anni.
La put di Bessent, due autorità che si contraddicono
Warsh ha ribadito che la Fed deve ricavare informazioni da prezzi di mercato "non filtrati", non distorti. Il punto interessante è che il Tesoro, nelle stesse settimane, sta facendo qualcosa che va nella direzione opposta. Bessent ha raddoppiato la dimensione minima dei riacquisti sui titoli off-the-run, e a questo si è aggiunta l'indiscrezione riportata da CNBC secondo cui il Tesoro potrebbe attingere al Treasury General Account, oggi intorno ai 950 miliardi, per finanziare acquisti sulla parte lunga della curva.
Ufficialmente si tratta di una misura di liquidità, non di uno strumento per contenere la risalita dei rendimenti. L'obiezione più netta è arrivata da Stanley Druckenmiller, che ha criticato pubblicamente l'ex allievo Bessent sostenendo che il timing non sia casuale e che i governi impegnati a difendere i prezzi contro i fondamentali finiscano sempre per perdere. Al di là della polemica personale resta un punto che ci sembra meritare attenzione: quando l'autorità fiscale interviene sulla parte lunga mentre la banca centrale predica la non interferenza, il contenuto informativo dei rendimenti dei Treasury si assottiglia. Non è un dramma, ed è probabilmente reversibile. Ma per chi costruisce portafogli suggerisce una cosa semplice: leggere la curva oggi richiede un po' più di cautela di quanta ne richiedesse un anno fa.
Nvidia è diventata un dato macroeconomico
Mercoledì sera Nvidia ha riportato il quindicesimo trimestre consecutivo sopra le stime da quando è cominciato il ciclo AI: ricavi più che raddoppiati su base annua a 96,2 miliardi di dollari contro i 92,5 attesi, utile rettificato di 2,22 dollari per azione contro 2,09. Ma ciò che ha davvero mosso il mercato sono state le previsioni: 108 miliardi di fatturato per il trimestre in corso contro attese di circa 105,2, e soprattutto una crescita dei ricavi attesa intorno al 70% nel prossimo esercizio, contro un consenso fermo al 45%.
Il management insiste nel sostenere che la domanda di infrastrutture AI non stia rallentando; secondo la CFO Colette Kress la società crescerebbe persino più rapidamente se disponesse di maggiore capacità produttiva. Il collo di bottiglia è la memoria: si suppone che la capacità di SK Hynix, Samsung e Micron non riesca a colmare lo squilibrio domanda-offerta per anni, e il rincaro dei componenti potrebbe comprimere leggermente i margini lordi, che dagli attuali 75% potrebbero scendere pur restando sopra il 70%.
Ci sembra che valga la pena notare un cambiamento di natura: la trimestrale di una singola società è diventata, di fatto, una rilevazione macroeconomica. Il messaggio che se ne ricava è che nel breve il limite non è la domanda, ma la capacità di fornire sistemi e memoria. Che sia un bene o un male dipende molto da dove ci si trova nel ciclo, e su questo la prudenza è d'obbligo.
Il contesto più ampio va nella stessa direzione. La stagione degli utili si chiude con una crescita aggregata robusta e una quota molto elevata di società oltre le stime: gli utili del secondo trimestre 2026 sono stimati in crescita del 48,6% su base annua, contro il 22,5% previsto all'inizio della earnings season e il 14,7% stimato a gennaio. Per l'intero 2026 la stima corrente è del 33,7%, contro il 15,6% di inizio anno. È una revisione al rialzo di dimensioni inusuali, e probabilmente spiega buona parte del motivo per cui le valutazioni reggano nonostante il livello dei tassi.
Il quadro macro: un'inflazione che non scende e un lavoro che si sfilaccia
Negli Stati Uniti il deflatore PCE si conferma al 3,7% su base annua, appena sopra le attese del 3,6%, con la componente dei servizi che resta la più rigida. La crescita, dal canto suo, non offre alla Fed molti alibi per attendere: la seconda lettura del PIL del secondo trimestre resta all'1,5% ma con domanda finale privata robusta, gli ordini di beni durevoli battono le attese e la stima in tempo reale della Fed di Atlanta sul terzo trimestre è salita al 4,6% dal 4,0%, sostenuta proprio dalla spesa per l'intelligenza artificiale.
L'elemento che rende il quadro meno lineare è il mercato del lavoro. Le richieste di sussidi restano basse: 203 mila nuove domande, sotto le attese ma la revisione annuale del benchmark degli occupati ha rivelato una crescita dei posti di lavoro molto inferiore a quanto stimato in precedenza. È il tipo di dato che complica sensibilmente la lettura per chi deve decidere sui tassi, e che rende un po' meno ovvie le certezze di venerdì. Anche il sentiment resta debole.
In Europa il quadro converge: i verbali della BCE, dal tono restrittivo, rendono ormai quasi certo un rialzo a settembre, prezzato al 94,2%. La Germania sorprende in positivo, con il PIL rivisto a +1,0% su base annua e la fiducia delle imprese ai massimi da oltre un anno a 89,1. In Asia il mercato attende una stretta della Bank of Japan, mentre in Cina la crescita degli utili industriali rallenta al ritmo più lento dell'anno. Sul fronte commerciale, il Canada ha annunciato dazi di ritorsione sui prodotti americani.
Ci troviamo così, per la prima volta da diversi trimestri, con tre grandi banche centrali orientate simultaneamente verso l'inasprimento.
MERCATI


Dati Analysis
Mercati azionari
MSCI World: +0,3% (settimana), +13,8% (anno)
S&P 500: +0,5% (settimana), +13,5% (anno)
Nasdaq 100: +0,4% (settimana), +17,1% (anno)
Eurostoxx 50: +0,4% (settimana), +14,7% (anno)
FTSE Mib: -0,1% (settimana), +20,7% (anno)
Nikkei: +0,6% (settimana), +33,1% (anno)
Hang Seng China: -1,5% (settimana), -2,8% (anno)
MSCI Emerging: +0,1% (settimana), +24,5% (anno)
VIX: 14,4 (- 0,7)
La settimana si chiude ancora positiva su scala globale, con l'MSCI World in progresso dello 0,3% e un guadagno del 13,8% da inizio anno. È però un rialzo che merita una lettura attenta, perché tutto concentrato: l'indice equipesato chiude in calo e le piccole capitalizzazioni arretrano nettamente. Il divario tra indice ponderato ed equipesato racconta un mercato strettissimo, sorretto da poche grandi capitalizzazioni. Non è di per sé un segnale negativo, ma è un'informazione che il numero di headline non contiene.
Il motore è stata la trimestrale di Nvidia, che ha rilanciato la fiducia sull'intero comparto AI. Negli Stati Uniti l'S&P 500 chiude a 7.712 con un +0,5% settimanale e +13,5% nel 2026, il Nasdaq 100 a 29.433 (+0,4%, +17,1%), mentre il Russell 2000 cede l'1,5% pur restando in guadagno del 20,8% da inizio anno: le small cap sono state penalizzate dalla risalita dei tassi dopo Jackson Hole, che ha assottigliato il margine positivo nell'ultima seduta.
Interessante il dettaglio tematico: dominano software, cybersicurezza (+2,7%), cloud (+2,5%) e digitalizzazione (+2,2%), mentre i semiconduttori restano indietro (-1,8%). In fondo alla classifica i minerari auriferi (-2,2%), che seguono l'oro nella discesa. Sugli stili il growth batte di misura il value (+0,4% contro -0,3%).
In Europa quadro contrastato e nel complesso poco mosso: l'Eurostoxx 50 avanza dello 0,4% a 6.486, il Dax si distingue con un +1,7% grazie ad automobilistici e tecnologia, mentre il FTSE Mib cede lo 0,1% a 52.616 pur conservando un progresso annuo del 20,7%. Le banche restano sotto pressione malgrado i rendimenti in salita, appesantite dalle minute restrittive della BCE. In Asia il Nikkei guadagna lo 0,6% e consolida un 2026 da +33,1%, mentre il quadro cinese resta diviso, con Hang Seng China in calo dell'1,5% e ancora negativo da inizio anno (-2,8%).
Mercati obbligazionari
Global Aggregate: +0,03% (settimana), -0,79% (anno)
Rendimento Treasury 10Y: 4,72% (-0,02% settimanale)
Rendimento Bund 10Y: 3,28% (+0,02% settimanale)
Rendimento BTP 10Y: 4,10% (+0,02% settimanale)
Spread BTP-Bund: 0,82% (0,00% settimanale)
Settimana a due tempi sul reddito fisso, ed è forse la sintesi migliore di quanto accaduto sui mercati questa settimana. Per gran parte dei giorni i rendimenti sono scesi, complici il calo del petrolio e la già citata put di Bessent sui Treasury. Venerdì il discorso di Warsh ha ribaltato il fronte a breve: la curva si è appiattita, con i tassi a due anni in netto rialzo e quelli a lunga poco mossi o in calo. Il decennale americano chiude sostanzialmente invariato in area 4,72% (-2 centesimi), ma il percorso è stato a V: era sceso fino al 4,63% a metà settimana prima di risalire con le parole della Fed.
Nell'area euro i rendimenti salgono di poco: il Bund al 3,28% e il BTP al 4,10%, entrambi in rialzo di due centesimi, con lo spread stabile a 82 punti base e il CDS a cinque anni sull'Italia su livelli storicamente compressi. Cresce invece l'attenzione sulla Francia, il cui decennale tratta ormai sopra quello italiano in vista di una difficile stagione di bilancio: un'inversione che, senza volerne trarre conclusioni affrettate, merita di essere seguita nei prossimi mesi.
Sul credito prevale la calma. Gli spread investment grade restano stabili su entrambe le sponde dell'Atlantico, a 78 centesimi sia in euro sia in dollari. C'è però un fronte nuovo che ci sembra utile segnalare, non perché sia già un problema ma perché è il tipo di dettaglio che raramente si nota in tempo: alcuni produttori di chip stanno prestando la solidità dei propri bilanci ai clienti per sostenerne gli acquisti, e sui relativi emittenti i costi di protezione dal rischio di credito hanno cominciato a salire.
Materie prime e valute
Petrolio WTI: 83,4 dollari, -4,2% (settimana), +45,3% (anno)
Oro: 4.455 dollari, -3,2% (settimana), +3,1% (anno)
EUR/USD: 1,159 , -0,8% (settimana), -1,4% (anno)
Il paniere generale delle materie prime archivia una settimana poco mossa (-0,2%), con energia e preziosi in calo a bilanciare la forza delle agricole. Il dato annuale resta però notevole: +27,8% nel 2026.
Il petrolio ha invertito la rotta con decisione, cedendo il 4,2% dai circa 87 dollari della settimana precedente verso area 83, con un minimo sotto gli 81. A far scendere il greggio è stata la possibile intesa tra Iran e Oman sullo Stretto di Hormuz, che ha allentato i timori sulle forniture e ridotto il premio geopolitico.
L'oro interrompe la corsa e cede oltre tre punti, in area 4.455 dollari, con il grosso della discesa concentrato venerdì. La dinamica è pulita e vale la pena osservarla: il rialzo dei tassi e del dollaro dopo il discorso della Fed ha tolto sostegno al metallo, che resta comunque su livelli storicamente elevati e in progresso del 3,1% da inizio anno. Tra le altre materie prime spiccano le agricole (+4,9%) su cereali e cacao, mentre il rame, pur restando sui massimi storici grazie alla domanda per data center ed elettrificazione, chiude la settimana poco mosso.
Sul valutario è la settimana del dollaro, che si rafforza di oltre mezzo punto contro l'euro portando il cambio in area 1,159, con la spinta decisiva arrivata venerdì dal tono restrittivo della Fed. Da inizio anno l'euro resta comunque in calo dell'1,4% contro il biglietto verde. Lo yen conferma la sua debolezza oltre quota 160 sul dollaro, nonostante l'attesa di una stretta della Bank of Japan già a settembre. Sulle criptovalute settimana in altalena: il Bitcoin, dopo aver superato gli 80 mila dollari, è ripiegato sotto quella soglia con il ritorno della forza del dollaro, chiudendo a 77.405 poco mosso e in netta divergenza dal balzo della setimana precedente; da inizio anno resta a -11,5%.
PORTAFOGLI MODELLO
Qui di seguito l’andamento dall’inizio del servizio (1 luglio 2019) dei portafogli modello al lordo dei costi di transazione (variabili in base all’intermediario utilizzato e generalmente compresi tra 2,5 e 20 euro per ciascuna operazione), di quelli sostenuti per la consulenza e degli eventuali impatti della fiscalità ed al netto, invece, dei costi dei singoli strumenti utilizzati. I dati si riferiscono al passato ed i risultati passati non costituiscono un indicatore affidabile dei risultati futuri. I portafogli modello costituiscono la base utilizzata nell’attività di consulenza in materia di investimenti. I singoli portafogli dei clienti possono differire dai modelli anche in modo significativo in ragione di diverse cause, valutate per ciascun cliente nell’attività di consulenza, quali contingenze fiscali, pianificazione, gestione del rischio di ingresso o in logica life cycle. All’interno del portafoglio complessivo del cliente possono anche essere presenti più portafogli in considerazione della pianificazione per obiettivi effettuata all’inizio o in corso di consulenza continuativa.


Dati Analysis
Settimana in cui i portafogli modello tornano nella zona dei massimi, interessante da notare che il motore è stato quasi solo l'azionario. L'MSCI World è a +13,8% nel 2026, trainato dalla tecnologia e dal ciclo AI che questa settimana la trimestrale di Nvidia ha rilanciato ancora. Il reddito fisso, invece, non ha aiutato: con Fed, BCE e Bank of Japan tutte orientate alla stretta, i governativi euro restano sotto zero da inizio anno.
Un contributo è arrivato anche dal cambio. Il dollaro si è rafforzato dello 0,8% contro l'euro dopo il discorso di Warsh, e per un investitore in euro questo aggiunge rendimento su tutta la componente in valuta americana non coperta.
Lo stesso movimento spiega però il ripiegamento dell'oro, che in dollari ha ceduto oltre tre punti: tassi e dollaro in rialzo gli hanno tolto sostegno. Convertito in euro, il calo si è attenuato.
INSIGHT
C'è un dettaglio, nel pacchetto di sanzioni all'Iran annunciato da Scott Bessent che rischia di passare inosservato ed è forse il più interessante per chi si occupa di portafogli anziché di geopolitica. I comparti colpiti sono cinque: asset digitali, tecnologia, aviazione, trasporto marittimo e oro. L'oro. Non è una voce di riempimento: il Tesoro americano ha esplicitamente preso di mira la rete di intermediari che consente di acquistare, vendere, trasferire e monetizzare il metallo, perché l'oro è tradizionalmente lo strumento con cui i paesi sotto sanzione conservano valore e regolano transazioni fuori dai circuiti finanziari occidentali. Detto altrimenti: gli Stati Uniti hanno inserito l'oro nella lista perché l'oro funziona. È una conferma che arriva dalla fonte meno sospettabile di simpatie per il metallo, e vale più di molte analisi.
Partiamo però da una precisazione, perché la copertura mediatica di queste settimane tende a confonderla. Sanzionare l'Iran, nel 2026, aggiunge poco: dopo decenni di restrizioni il commercio diretto tra Washington e Teheran è sostanzialmente nullo, e sessanta entità in più su una lista già lunga non spostano l'ago. La vera novità del piano Bessent sta altrove, nelle cosiddette sanzioni secondarie: la minaccia di escludere dal sistema del dollaro banche, imprese e paesi terzi che continuino a fare affari con Teheran. Chi facilita transazioni per conto dell'Iran, è stato detto senza troppi giri di parole, verrà rimosso dal sistema del dollaro. Il bersaglio, insomma, non è l'Iran. Sono tutti gli altri.
Qui sta il punto che ci sembra meriti riflessione, molto al di là della cronaca mediorientale. Il dollaro nasce come infrastruttura: un'unità di conto, un sistema di regolamento, un bene pubblico globale che funziona proprio perché tutti possono usarlo senza chiedere permesso. Quando quell'infrastruttura viene usata come strumento di coercizione cambia natura agli occhi di chi la utilizza. Una riserva in dollari smette di essere semplicemente un attivo e diventa un credito verso un sistema il cui amministratore può, in linea di principio, revocarlo. L'oro custodito nel proprio caveau non è un credito verso nessuno. Non rende nulla, costa custodirlo, non ha flussi di cassa: ma nessuno può congelarlo con un provvedimento amministrativo. Per una banca centrale non allineata questa non è ideologia, è aritmetica del rischio.
I numeri degli ultimi anni raccontano una storia coerente con questa lettura, anche se la coerenza non è dimostrazione. L'oncia ha chiuso il 2024 a +35,8% e il 2025 a +45,7%, due anni straordinari costruiti in larga parte sugli acquisti delle banche centrali più che sulla domanda finanziaria occidentale. Dopo una corsa simile, il +3,1% da inizio 2026 assomiglia più a una digestione che a un'inversione. È difficile guardare a questa sequenza e non collegarla al momento in cui la comunità internazionale ha scoperto che le riserve valutarie possono essere congelate da un giorno all'altro.
Detto questo, sarebbe intellettualmente scorretto fermarsi qui, perché la tesi ha una controparte robusta che va guardata in faccia. L'arma del dollaro ha limiti politici seri, e questa settimana li ha mostrati con chiarezza. Bessent ha evitato accuratamente di nominare singoli paesi, motivando la reticenza con una domanda retorica sul rischio di far saltare il sistema finanziario globale. Il nodo, naturalmente, è la Cina, che assorbe circa il 90% delle esportazioni iraniane di greggio: sanzionarla seriamente significherebbe compromettere il dialogo bilaterale prima della visita a Washington di fine settembre. E la storia recente suggerisce prudenza sulle intenzioni dichiarate: l'elenco pubblico delle banche estere escluse dai conti di corrispondenza statunitensi contiene, di fatto, un solo istituto (Bank of Kunlun, una piccola banca dello Xinjiang, tagliata fuori nel 2012) più il caso di Bank of Dandong nel 2017. Retorica massima, esecuzione minima. L'architettura delle sanzioni secondarie, per quanto minacciosa sulla carta, si ferma per ora davanti a quello che dovrebbe esserne il bersaglio principale.
Il che, se ci pensate, taglia in due direzioni. Da un lato ridimensiona l'allarme: nessuno sta davvero smontando il sistema del dollaro, e chi annuncia la fine della valuta di riserva americana ogni sei mesi continuerà probabilmente a sbagliarsi ancora a lungo. Dall'altro non annulla affatto l'incentivo strutturale, perché ciò che conta per un governatore di banca centrale non è se la minaccia venga eseguita, ma che sia stata pronunciata.
Cosa ce ne facciamo, operativamente? Molto meno di quanto la narrazione suggerirebbe, ed è forse la parte più importante. Questa settimana l'oro ha perso oltre tre punti, in area 4.455 dollari, non per qualcosa che riguardi l'Iran ma perché Kevin Warsh ha parlato a Jackson Hole e tassi e dollaro sono saliti. Una tesi strutturale e un prezzo settimanale vivono su scale temporali diverse, e confonderle è uno degli errori più costosi che conosciamo.
Avvertenze
Ricordo sempre le principali emozioni a cui dobbiamo stare attenti operando sui mercati (so che sarete stanchi di leggerle o che, più probabilmente non le leggerete più ma, in realtà, sono quel tipo di considerazioni a cui bisogna ricorrere ogni tanto, quando ci si domanda cosa si stia facendo… e, quindi, repetita iuvant):
- l’euforia o, meglio, la percezione che i portafogli possano proseguire indefinitamente in un cammino di regolare crescita: la crescita regolare non esiste e, del resto, viviamo tutti nel mondo e non possiamo non essere consapevoli della quantità di incertezza che si respira quotidianamente, in questo periodo storico forse più che in altri;
- il cd. fear of missing out (FOMO), il timore cioè di rimanere fuori dal trend che, invece, offrirà certamente altre occasioni di acquisto con profilo rischio-rendimento più favorevole;
- il panico: in occasione delle correzioni è anche necessario non lasciarsi prendere dal desiderio di uscire dal mercato o di ridurre significativamente le esposizioni per mettere fieno in cascina. Questo comporta costi fiscali ed enormi difficoltà nell’individuare poi il momento opportuno per rientrare.
Manteniamo sempre il focus determinante sulla pianificazione individuale di ciascuno, che è l’unico aspetto sotto il nostro controllo (oltre naturalmente all’efficienza data dal contenimento dei costi), non essendo i mercati né controllabili né prevedibili, ricordando anche che:
- un investimento nato come a medio-lungo termine con un obiettivo di crescita deve rimanere tale, con la consapevolezza che i risultati hanno bisogno di tempo per maturare e i momenti difficili sono distribuiti anche in modo randomico, potendo capitare all’inizio della propria vita da investitori oppure in una fase più avanzata;
- se l’obiettivo del portafoglio è la crescita nel medio-lungo termine, l’essenziale è l’utilizzo di strumenti efficienti a basso costo con una asset allocation di cui si può sopportare la volatilità;
- obiettivi specifici diversi dalla crescita, come necessità di integrazione di reddito, necessità di un capitale predefinito ad una certa data, protezione dall’inflazione o da agenti esogeni richiedono l’impostazione di strategie specifiche con l’utilizzo di strumenti adatti a tale scopo;
- in fase di accumulo, i momenti “difficili” costituiscono un’opportunità, anche eventualmente per anticipare l’accumulo, intensificandolo per poi alleggerirlo in momenti più favorevoli;
- i momenti favorevoli non ci devono indurre a pensare che non ci saranno più difficoltà: la volatilità, sia delle singole asset class sia dei portafogli va e viene, è piuttosto ciclica anche se non in modo regolare. Occorre mantenere sempre una certa freddezza ed un certo distacco.
Raccomandazioni generali
Le presenti informazioni sono state redatte con la massima perizia possibile in ragione dello stato dell’arte delle conoscenze e delle tecnologie. Il presente documento non è da considerarsi esaustivo ma ha solo scopi informativi. La pubblicazione del presente documento non costituisce attività di sollecitazione del pubblico risparmio. Le informazioni ed ogni altro parere resi nel presente documento sono riferiti alla data di redazione del medesimo e possono essere soggetti a modifiche. Flavio Rinaldi non deve essere ritenuto responsabile per eventuali danni, derivanti anche da imprecisioni e/o errori, che possano derivare all’utente e/o a terzi dall’uso dei dati contenuti nel presente documento. Flavio Rinaldi non assume responsabilità in merito al trattamento fiscale degli strumenti illustrati. I pareri espressi da Flavio Rinaldi prescindono da qualsiasi valutazione del profilo di rischio e/o di adeguatezza e sono da intendersi come “Ricerche in Materia di Investimenti” ai sensi dell’art. 27 del Regolamento congiunto Consob e Banca Italia del 29 ottobre 2007 redatte a titolo esclusivamente informativo e non costituiscono in alcun modo prestazione di un servizio di consulenza in materia di investimenti, il quale richiede obbligatoriamente un’analisi delle esigenze finanziarie e del profilo di rischio specifici del singolo utente/cliente, né costituiscono un servizio di sollecitazione in genere all’investimento in strumenti finanziari. Nel caso in cui l’utente intenda effettuare qualsiasi operazione è opportuno che non basi le sue scelte esclusivamente sulle informazioni indicate nel presente documento, ma dovrà considerare la rilevanza delle informazioni ai fini delle proprie decisioni, alla luce dei propri obiettivi di investimento, della propria esperienza, delle proprie risorse finanziarie e operative e di qualsiasi altra circostanza.