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«Proprio come l’uomo primitivo che un giorno si grattò il naso, vide piovere, e sviluppò un modo elaborato di grattarsi il naso per ottenere la pioggia che desiderava, noi oggi colleghiamo la prosperità economica a qualche riduzione dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, o il successo di una società alla nomina di un nuovo presidente.»
N.N. Taleb
I TEMI PRINCIPALI
La disinflazione americana e il nuovo linguaggio della Fed
Il dato più rilevante della settimana è arrivato dai prezzi: il CPI statunitense di giugno è uscito a -0,4% su base mensile, il primo calo mensile in sei anni, con l'indice headline al 3,5% annuo contro attese del 3,8% e un precedente al 4,2%. Il contributo maggiore alla moderazione è arrivato dallo shelter, ai minimi da gennaio 2021. Il giorno successivo i prezzi alla produzione hanno confermato la direzione, con il core al 5,5% annuo contro il 6,2% atteso. Nel giro di due sedute le probabilità implicite di un rialzo alla riunione del 28-29 luglio sono scese dal 50% a circa il 14%.
Ci sembra però più interessante il modo in cui il nuovo presidente della Fed ha gestito il momento. Warsh, nella testimonianza al Congresso, ha evitato di dichiarare vittoria: ha ribadito l'impegno a riportare l'inflazione al 2% e ha annunciato una riforma della comunicazione della banca centrale, insistendo sulla necessità di dati più tempestivi e di indicatori che non appiattiscano l'inflazione su una singola media. È una prudenza che si può leggere in almeno due modi: come genuina cautela di fronte a un singolo dato, oppure come gestione deliberata delle aspettative da parte di chi vuole spostare il dibattito dai tassi al framework.
Un modello cinese e il dubbio sui ritorni dell'intelligenza artificiale
La notizia con l'impatto più immediato sui prezzi è stata il lancio di Kimi K3 di Moonshot AI, startup cinese di Pechino. Si tratta di un modello open-weight, con pesi che dovrebbero diventare completamente open-source entro fine mese, le cui prestazioni hanno sorpreso pur essendo state ottenute con risorse computazionali inferiori e hardware domestico meno costoso. Il mercato lo ha letto come un secondo "momento DeepSeek": se i laboratori cinesi, e potenzialmente quelli globali, possono addestrare e inferire con hardware più economico o alternativo, la domanda di chip AI premium potrebbe risultare meno solida di quanto incorporato nei prezzi.
Che un modello performi bene con meno risorse non implica meccanicamente che la spesa aggregata in calcolo scenda: è un'inferenza che salta un passaggio. Storicamente, cali di costo unitario hanno spesso ampliato l'utilizzo anziché ridurre la spesa complessiva. Quello che possiamo dire con qualche fiducia in più è che la reazione del mercato riflette una revisione di aspettative, non una dimostrazione di fatto. Resta il punto sostanziale: dopo mesi in cui il tema AI ha assorbito una quota crescente delle valutazioni, la soglia di evidenza richiesta per giustificarle si è alzata.
Il gamma negativo sintetico degli ETF a leva
Un tema più tecnico, ma con implicazioni che vanno oltre il singolo mercato, riguarda gli ETF a leva 2x lanciati due mesi fa su Samsung e SK Hynix. Questi strumenti replicano un multiplo dei movimenti giornalieri del sottostante e per farlo devono ribilanciare l'esposizione ogni giorno: comprano quando il mercato sale, vendono quando scende. Il risultato è un flusso di riequilibrio quotidiano che amplifica il movimento in entrambe le direzioni ottenendo quindi come risultato un operatore che compra sui rialzi e vende sui ribassi non per scelta ma per obbligo, e abbastanza grande da spostare il prezzo (quello che i tecnici chiamano gamma negativo sintetico).
Il punto che ci sembra meriti attenzione non è coreano. L'uso di questi strumenti è esploso a livello globale, e il meccanismo di amplificazione non dipende dalla giurisdizione: dipende dal fatto che l'emittente deve coprirsi nella stessa direzione del mercato. Quando gli attivi in gestione di questi prodotti crescono rapidamente su sottostanti concentrati, la volatilità osservata smette di essere solo un riflesso delle notizie e diventa in parte un prodotto della struttura degli strumenti. È un tipo di rischio che non compare nei tradizionali indicatori di valutazione: il che non lo rende necessariamente imminente, ma lo rende difficile da vedere finché non si manifesta.
Trimestrali solide, asticella altissima
L'avvio della earnings season è stato robusto. TSMC ha riportato un utile netto di 706,6 miliardi di dollari taiwanesi contro attese di 623,73 miliardi, con margine lordo al 67,7%; ASML ha alzato per la seconda volta nel 2026 la guidance di vendite, portandola a 43-45 miliardi di euro sul boom di investimenti in litografia. Le cinque grandi banche americane hanno riportato utili aggregati superiori a 49 miliardi di dollari, in crescita del 39% anno su anno, con ricavi in aumento di oltre un quinto sostenute anche dall'esplosione dell'attività di investment banking legata al finanziamento dell'infrastruttura AI.
Sul lato opposto, IBM ha perso oltre il 25% e 69 miliardi di dollari di capitalizzazione dopo un raro profit warning: i clienti hanno spostato il capex verso server, storage e memorie per assicurarsi le forniture, comprimendo la spesa software tradizionale. La lezione che sembra emergere è che il mercato sta punendo pesantemente le sorprese negative su guidance e capex indipendentemente dalla qualità dei numeri di periodo. C'è qualcosa di istruttivo in questo per chiunque investa: quando le aspettative sono alte, il risultato non basta più, conta la distanza dal risultato atteso.
Il ritorno dell'offerta netta di azioni
Un tema di fondo, meno rumoroso ma forse più strutturale, riguarda l'offerta netta di azioni. Anthropic starebbe organizzando incontri con investitori in vista di una possibile IPO già a ottobre su una valutazione fissata a maggio di 965 miliardi di dollari. Sommando le IPO delle grandi società AI, gli hyperscaler che diversificano il mix di funding dopo aver collocato oltre 200 miliardi di dollari di debito da settembre, e i buyback in rallentamento, l'offerta netta di azioni potrebbe tornare positiva quest'anno per la prima volta dopo quindici anni di de-equitization.
Se questo si verificasse, verrebbe meno una delle forze tecniche che hanno sostenuto le valutazioni e compresso la volatilità per oltre un decennio. Non è un fattore che si manifesta in una settimana, e la debolezza di SpaceX rispetto al prezzo di collocamento suggerisce che il mercato primario non assorbe tutto senza attrito.
L'escalation mediorientale
Venerdì è collassata la tregua tra Stati Uniti e Iran, con la sesta notte consecutiva di raid e la parziale chiusura dello stretto di Hormuz; Teheran ha inoltre minacciato di bloccare il Mar Rosso tramite gli Houthi. Un evento di questa natura agisce come uno shock di offerta: non modifica le prospettive di crescita nell'immediato, ma introduce un canale inflattivo che complica il lavoro delle banche centrali proprio nel momento in cui i dati sui prezzi sembravano offrire respiro.
La coesistenza, nella stessa settimana, di una sorpresa disinflattiva americana e di uno shock energetico è forse il dato più istruttivo del periodo. Ricorda quanto sia fragile qualsiasi narrazione costruita su un singolo dato macro.
MERCATI


Dati Analysis
Mercati azionari
MSCI World: -1,2% (settimana), +9,6% (anno)
S&P 500: -1,6% (settimana), +9,6% (anno)
Nasdaq 100: -4,1% (settimana), +13,6% (anno)
Eurostoxx 50: -0,6% (settimana), +10,0% (anno)
FTSE Mib: -1,4% (settimana), +18,7% (anno)
Nikkei: -6,4% (settimana), +28,5% (anno)
Hang Seng China: +1,2% (settimana), -7,1% (anno)
MSCI Emerging: -4,1% (settimana), +16,9% (anno)
VIX: 18,8 (+ 3,8)
La settimana ha interrotto la corsa ai massimi e si è chiusa in calo su scala globale, sotto un doppio colpo: la resa dei conti sulla spesa in AI e, venerdì, lo shock petrolifero mediorientale che ha allargato le vendite a tutti i listini. Il MSCI World ha ceduto l'1,2%, restando comunque a +9,6% da inizio anno; l'S&P 500 ha perso l'1,6%, mentre il Nasdaq 100 ha lasciato sul terreno il 4,1%. Il VIX è risalito a 18,8.
A metà settimana la correzione aveva ancora i tratti di una rotazione ordinata fuori dall'AI trade, con ampiezza positiva e piccole capitalizzazioni stabili; venerdì, però, il movimento si è trasformato in una liquidazione generalizzata del comparto tecnologico. Il tema semiconduttori ha perso il 9,2% in cinque sedute, pur restando a +69,7% da inizio anno; l'AI Infrastructure ha ceduto il 6,7% e il tema Artificial Intelligence il 5,3%.
Il messaggio dagli stili è meno univoco di quanto ci si aspetterebbe, e forse per questo merita una riga in più. Growth e value hanno ceduto entrambi, il primo per la debolezza del tech e il secondo per l'esposizione del paniere ai produttori di memorie, mentre il più penalizzato è stato il momentum.
L'Asia è stata la più colpita: il Nikkei ha perso il 6,4%, il MSCI Emerging il 4,1%. Nella stessa settimana la Corea ha alzato i tassi per la prima volta dal 2023 e la Cina ha diffuso un PIL trimestrale in rallentamento. L'Europa ha mostrato una relativa resilienza a fronte del forte rincaro di petrolio e gas.
Mercati obbligazionari
Global Aggregate: -0,05% (settimana), -0,38% (anno)
Rendimento Treasury 10Y: 4,55% (-0,01% settimanale)
Rendimento Bund 10Y: 3,13% (+0,06% settimanale)
Rendimento BTP 10Y: 3,95% (+0,14% settimanale)
Spread BTP-Bund: 0,82% (+0,08% settimanale)
La settimana obbligazionaria è stata dominata da una netta divergenza transatlantica, con i rendimenti americani in calo e quelli europei in rialzo, mossi da forze opposte: la disinflazione statunitense da un lato, la spinta di energia e gas sui prezzi europei dall'altro.
Negli Stati Uniti il decennale è rimasto poco distante dalla soglia del 4,50%, il tratto breve ha ceduto con più decisione dopo i dati sull'inflazione, con il biennale a 4,18%, in un movimento di irripidimento che riflette il ridimensionamento delle attese di stretta.
In area euro la direzione è stata opposta. I rendimenti sono saliti lungo tutta la curva sotto la pressione dei prezzi energetici e delle aspettative d'inflazione in risalita. Il movimento è stato più marcato sul tratto a breve e medio termine. Lo spread BTP-Bund si è leggermente allargato, restando comunque contenuto attorno agli 80 punti base.
La divergenza si legge con particolare chiarezza nelle aspettative d'inflazione implicite: il breakeven decennale tedesco è salito a 2,07% mentre quello americano è sceso a 2,25%, invariato nel 2026. È una biforcazione che ci sembra meriti attenzione, perché suggerisce che lo shock energetico venga percepito come un problema prevalentemente europeo.
Sul credito il clima è rimasto tranquillo, e questo è forse il dato più notevole della settimana obbligazionaria: gli spread investment grade e high yield sono risultati sostanzialmente stabili su entrambe le sponde dell'Atlantico, senza alcun segnale di tensione. Quando un movimento di avversione al rischio azionaria non si trasmette al credito, la lettura che ci pare più prudente è che il mercato stia trattando l'episodio come una revisione di aspettative settoriali, non come un problema di solvibilità.
Materie prime e valute
Petrolio WTI: 82,5 dollari, +15,5% (settimana), +43,7% (anno)
Oro: 4.017 dollari, -2,5% (settimana), -7,0% (anno)
EUR/USD: 1,144 , +0,2% (settimana), -2,6% (anno)
Il paniere generale delle materie prime ha registrato un deciso progresso settimanale, con il Commodity Index a 131,4, trainato interamente dalla componente energetica a fronte della debolezza dei metalli preziosi.
Il petrolio è stato il protagonista assoluto. Il WTI ha chiuso a 82,5 dollari con un progresso settimanale del 15,5%. Il movimento è la conseguenza diretta dell'escalation tra Stati Uniti e Iran e della parziale chiusura dello stretto di Hormuz; in forte rialzo anche il gas europeo, il che spiega buona parte della pressione sui rendimenti dell'area euro.
L'oro racconta una storia in due tempi, e ci sembra la più istruttiva della sezione. Sulla settimana ha ceduto il 2,5%, chiudendo a 4.017 dollari l'oncia e restando a -7,0% da inizio anno, ma è risalito sopra la soglia dei 4.000 dollari solo sul finale, quando l'escalation mediorientale ne ha rilanciato il ruolo di rifugio. Più pesante l'argento. Il quadro annuale del metallo giallo resta comunque quello di una correzione significativa: il massimo drawdown a un anno si colloca intorno al 24%. È un dato che vale la pena tenere presente quando si discute dell'oro come strumento di protezione: non per concludere che non protegga, ma per ricordare che protegge da alcune cose e non da altre, e che il momento in cui lo fa non coincide sempre con quello in cui servirebbe.
Sul valutario il movimento è stato più contenuto. L'euro/dollaro è rimasto sopra quota 1,14, chiudendo a 1,144 con un progresso settimanale dello 0,2% e restando a -2,6% nel 2026.
PORTAFOGLI MODELLO
Qui di seguito l’andamento dall’inizio del servizio (1 luglio 2019) dei portafogli modello al lordo dei costi di transazione (variabili in base all’intermediario utilizzato e generalmente compresi tra 2,5 e 20 euro per ciascuna operazione), di quelli sostenuti per la consulenza e degli eventuali impatti della fiscalità ed al netto, invece, dei costi dei singoli strumenti utilizzati. I dati si riferiscono al passato ed i risultati passati non costituiscono un indicatore affidabile dei risultati futuri. I portafogli modello costituiscono la base utilizzata nell’attività di consulenza in materia di investimenti. I singoli portafogli dei clienti possono differire dai modelli anche in modo significativo in ragione di diverse cause, valutate per ciascun cliente nell’attività di consulenza, quali contingenze fiscali, pianificazione, gestione del rischio di ingresso o in logica life cycle. All’interno del portafoglio complessivo del cliente possono anche essere presenti più portafogli in considerazione della pianificazione per obiettivi effettuata all’inizio o in corso di consulenza continuativa.


Dati Analysis
Una settimana come quella appena trascorsa è utile proprio perché mette alla prova la struttura. Il ribasso azionario si è concentrato su tecnologia e semiconduttori, cioè sulla parte più concentrata e più valutata del mercato, e ha colpito con particolare intensità l'Asia. Portafogli costruiti su un'esposizione azionaria globale diversificata, senza scommesse tematiche concentrate, dovrebbero per costruzione aver assorbito quel movimento, attenuandolo: il fatto che l'energia e i difensivi abbiano tenuto, e che l'ampiezza sia rimasta ragionevole fino a giovedì, ha operato come contrappeso interno. È il tipo di beneficio che non si vede nelle settimane favorevoli e che diventa visibile solo in quelle avverse.
Sul lato obbligazionario la lettura è più sfumata: la divergenza transatlantica ha significato che il tradizionale effetto stabilizzatore dei governativi ha funzionato in dollari ma non in euro, dove i tassi sono saliti lungo tutta la curva sotto la spinta dell'energia. Per una componente obbligazionaria prevalentemente in area euro, quella parte non avrebbe offerto la protezione che ci si attenderebbe in una giornata di avversione al rischio. È un promemoria che ripetiamo volentieri: la correlazione negativa tra azioni e obbligazioni non è una legge di natura, ed è proprio quando lo shock ha natura inflattiva anziché recessiva che viene meno. La stabilità degli spread di credito ha però evitato che alla componente tasso si sommasse una componente di rischio emittente.
INSIGHT
Conviene partire da dove il rincaro si tocca con mano, cioè dal distributore. Alla vigilia della chiusura dello stretto di Hormuz, il 26 febbraio, la media nazionale americana della benzina era di 2,96 dollari al gallone. Il 21 maggio aveva toccato 4,55, il 54% in più, e la media mensile di maggio resta il terzo valore più alto mai registrato, dietro soltanto a giugno e luglio 2022. Poi è accaduto qualcosa di curioso: tra l'inizio di giugno e i primi di luglio il prezzo è sceso di circa l'11%, fino a 3,78 dollari, mentre il problema che lo aveva fatto salire non era stato risolto in alcun modo. Nello stesso periodo i prezzi al consumo statunitensi di giugno hanno registrato un calo mensile dello 0,4%, il primo in sei anni. La domanda che ci sembra più utile non è se l'inflazione energetica sia finita, ma per quale meccanismo si sia concessa una pausa mentre la causa restava intatta. Il prezzo del greggio si forma al margine, sull'ultimo barile che chiude il bilancio tra domanda e offerta. Da fine febbraio quel barile, in larga misura, non è arrivato dalla produzione: è arrivato dai magazzini. A marzo l'Agenzia internazionale dell'energia ha approvato il più grande rilascio di riserve d'emergenza della sua storia, quattrocento milioni di barili con una trentina di paesi coinvolti e una quota americana di centosettantadue milioni. Enorme in valore assoluto, e proprio per questo istruttivo: distribuito su centoventi giorni equivale a circa 3,3 milioni di barili al giorno, contro un ammanco stimato fra i dieci e i tredici milioni. Ha attutito, non ha sostituito. Il conto è arrivato dove ci si aspettava: la riserva strategica americana è scesa a 316,5 milioni di barili a metà luglio, il livello più basso dall'aprile 1983, dopo un prelievo di quasi novantanove milioni dalla chiusura dello stretto. Nel momento in cui scriviamo, gli Stati Uniti dichiarano una copertura residua di circa quarantatré giorni. La seconda metà della spiegazione arriva da Pechino ed è meno raccontata. Le importazioni cinesi di greggio via mare sono crollate dagli 11,39 milioni di barili di febbraio ai 6,36 di maggio, minimo di un decennio; a questo ritiro alcune stime attribuiscono circa il 74% dell'intero calo delle importazioni globali. La Cina non ha smesso di consumare, ha smesso di comprare a quei prezzi, attingendo alle scorte con un prelievo salito a 940 mila barili al giorno a giugno dai 487 mila di maggio. E da maggio ha sottoposto le esportazioni di prodotti raffinati ad approvazione nave per nave, con la logica dichiarata di non importare l'inflazione globale. Queste due forze condividono una caratteristica che ci pare il cuore del ragionamento: sono stock, non flussi. Un giacimento produce ogni giorno; un magazzino si svuota. Uno stock assorbe uno shock una volta e compra tempo, ma il tempo comprato non si rinnova ed è precisamente ciò che quei quarantatré giorni misurano. Il punto è che l'inversione è già leggibile, e non nel greggio: nel prodotto. Le scorte commerciali americane di benzina sono scese a circa quattordici milioni di barili sotto la media stagionale quinquennale, il livello più basso per questo periodo dell'anno dal 2012, con il margine di raffinazione ai massimi da giugno 2022 e i raffinatori che hanno spostato produzione verso diesel e carburante avio, più redditizi, mentre le esportazioni americane di carburanti toccavano livelli record. La riserva strategica contiene greggio, non benzina: a valle il cuscinetto è sempre stato più sottile, e adesso è il più sottile da quattordici anni. Non sorprende allora che la pompa abbia ripreso a correre, tornando a ridosso dei quattro dollari a metà luglio, circa un terzo sopra il livello precedente al conflitto, con un recupero di quasi venti centesimi in dieci giorni. Un dettaglio dei dati di questa settimana merita attenzione proprio qui: le aspettative d'inflazione a un anno dei consumatori americani sono scese al 4,2% dal 4,6%, ma la rilevazione è in gran parte precedente all'ultima fiammata dei prezzi della benzina. Anche il termometro delle aspettative, insomma, sta guardando indietro. Detto questo, ci sembrerebbe disonesto presentarlo come una previsione, e almeno quattro ragioni suggeriscono prudenza. Il contributo maggiore alla moderazione di giugno è arrivato dallo shelter, componente domestica e lenta, del tutto scollegata dal greggio. L'energia si trasmette all'inflazione di fondo in modo storicamente incompleto, e produce più spesso uno spostamento di livello che un'inflazione persistente. Prezzi alti distruggono domanda, il che riequilibra da sé. E gli Stati Uniti sono oggi esportatori netti, con un legame fra greggio e indice interno più debole di quanto l'intuizione suggerisca. Quello che ci resta non è una conclusione ma una domanda da rivolgere a ogni dato rassicurante, ben oltre il petrolio: che cosa lo ha prodotto, e quel produttore è ripetibile? Un buon numero generato da una forza strutturale e un buon numero generato da un tampone si assomigliano sul grafico e sono cose profondamente diverse. Non sappiamo in quale proporzione il dato di giugno appartenga all'una o all'altra. Ma sapere che la domanda esiste, e resistere alla tentazione di archiviarla perché il numero era quello che speravamo, ci pare già una forma di disciplina.
Avvertenze
Ricordo sempre le principali emozioni a cui dobbiamo stare attenti operando sui mercati (so che sarete stanchi di leggerle o che, più probabilmente non le leggerete più ma, in realtà, sono quel tipo di considerazioni a cui bisogna ricorrere ogni tanto, quando ci si domanda cosa si stia facendo… e, quindi, repetita iuvant):
- l’euforia o, meglio, la percezione che i portafogli possano proseguire indefinitamente in un cammino di regolare crescita: la crescita regolare non esiste e, del resto, viviamo tutti nel mondo e non possiamo non essere consapevoli della quantità di incertezza che si respira quotidianamente, in questo periodo storico forse più che in altri;
- il cd. fear of missing out (FOMO), il timore cioè di rimanere fuori dal trend che, invece, offrirà certamente altre occasioni di acquisto con profilo rischio-rendimento più favorevole;
- il panico: in occasione delle correzioni è anche necessario non lasciarsi prendere dal desiderio di uscire dal mercato o di ridurre significativamente le esposizioni per mettere fieno in cascina. Questo comporta costi fiscali ed enormi difficoltà nell’individuare poi il momento opportuno per rientrare.
Manteniamo sempre il focus determinante sulla pianificazione individuale di ciascuno, che è l’unico aspetto sotto il nostro controllo (oltre naturalmente all’efficienza data dal contenimento dei costi), non essendo i mercati né controllabili né prevedibili, ricordando anche che:
- un investimento nato come a medio-lungo termine con un obiettivo di crescita deve rimanere tale, con la consapevolezza che i risultati hanno bisogno di tempo per maturare e i momenti difficili sono distribuiti anche in modo randomico, potendo capitare all’inizio della propria vita da investitori oppure in una fase più avanzata;
- se l’obiettivo del portafoglio è la crescita nel medio-lungo termine, l’essenziale è l’utilizzo di strumenti efficienti a basso costo con una asset allocation di cui si può sopportare la volatilità;
- obiettivi specifici diversi dalla crescita, come necessità di integrazione di reddito, necessità di un capitale predefinito ad una certa data, protezione dall’inflazione o da agenti esogeni richiedono l’impostazione di strategie specifiche con l’utilizzo di strumenti adatti a tale scopo;
- in fase di accumulo, i momenti “difficili” costituiscono un’opportunità, anche eventualmente per anticipare l’accumulo, intensificandolo per poi alleggerirlo in momenti più favorevoli;
- i momenti favorevoli non ci devono indurre a pensare che non ci saranno più difficoltà: la volatilità, sia delle singole asset class sia dei portafogli va e viene, è piuttosto ciclica anche se non in modo regolare. Occorre mantenere sempre una certa freddezza ed un certo distacco.
Raccomandazioni generali
Le presenti informazioni sono state redatte con la massima perizia possibile in ragione dello stato dell’arte delle conoscenze e delle tecnologie. Il presente documento non è da considerarsi esaustivo ma ha solo scopi informativi. La pubblicazione del presente documento non costituisce attività di sollecitazione del pubblico risparmio. Le informazioni ed ogni altro parere resi nel presente documento sono riferiti alla data di redazione del medesimo e possono essere soggetti a modifiche. Flavio Rinaldi non deve essere ritenuto responsabile per eventuali danni, derivanti anche da imprecisioni e/o errori, che possano derivare all’utente e/o a terzi dall’uso dei dati contenuti nel presente documento. Flavio Rinaldi non assume responsabilità in merito al trattamento fiscale degli strumenti illustrati. I pareri espressi da Flavio Rinaldi prescindono da qualsiasi valutazione del profilo di rischio e/o di adeguatezza e sono da intendersi come “Ricerche in Materia di Investimenti” ai sensi dell’art. 27 del Regolamento congiunto Consob e Banca Italia del 29 ottobre 2007 redatte a titolo esclusivamente informativo e non costituiscono in alcun modo prestazione di un servizio di consulenza in materia di investimenti, il quale richiede obbligatoriamente un’analisi delle esigenze finanziarie e del profilo di rischio specifici del singolo utente/cliente, né costituiscono un servizio di sollecitazione in genere all’investimento in strumenti finanziari. Nel caso in cui l’utente intenda effettuare qualsiasi operazione è opportuno che non basi le sue scelte esclusivamente sulle informazioni indicate nel presente documento, ma dovrà considerare la rilevanza delle informazioni ai fini delle proprie decisioni, alla luce dei propri obiettivi di investimento, della propria esperienza, delle proprie risorse finanziarie e operative e di qualsiasi altra circostanza.